Elenco delle quotidianità e delle cose che amo fare all'albergo balena:
Amo rientrare la sera, sentire il Freddo, e accendere la stufa
Amo ascoltare la musica a volume altissimo fino a notte fonda, e più alzare più si fa tardi
Amo essere svegliato al mattino da un disegno di luce sul muro
Amo mettere qualsiasi piccola cosa al suo posto, in ordine, sapendo che ci sta
Amo bere svariati bicchieri di vino rosso su calici puliti e brillanti, da solo
Amo far partire la lavastoviglie ogni 4 giorni, e sentire di possedere la forza del saper attendere
Amo fare la cacca in pausa pranzo e avere un cannone di luce che mi cade dallo zenit sul capo
Amo distendermi sulla poltrona e cedere al sonno tra una pagina di un libro ed il calore del fuoco
Amo ogni giorno sistemare una piccola cosa con calma e con cura, senza fretta
Amo capire i cambiamenti del mio percepire lo spazio che mi circonda
Amo ammucchiare il casino e lo sporco in lavanderia, che gran cosa la lavanderia
Amo aprire la porta a chi mi viene a trovare senza preavviso, poche volte finora
Amo riposare comodo, su falkor, e sognare tutte le notti, e ripeto, tutte
Amo il profumo del caffè il mattino, che colora di un marrone intenso tutto il bianco che m'attornia
Elenco delle quotidianità e delle cose che odio fare e non fare all'albergo balena:
Odio sentirmi ancora un ospite, tra mura e benessere che uso ma non m'appartengono
Odio sfamarmi male e senza grazia, osservando attonito una cucina che permetterebbe ben altre prestazioni
Odio pulire il vetro della stufa sporcato da una legna essicata male e con noncuranza
Odio entrare in quelle due stanze vuote e insopportabilmente fredde
Odio scendere le scale ogni volta che devo aprire la porta d'ingresso ad un visitante
Odio guardarmi attorno, di notte, e riconoscermi a fatica in ciò che mi circonda, o forse non riconoscermi proprio
Odio sentire rumori nuovi che con conosco, spesso dovuti ad oggetti e non a forme di vita
Odio avere poca voglia di scrivere e di esprimermi, e odio la stanchezza che mi vince, spesso
Odio ricevere telefonate e messaggi che mi spiegano o vorrebbero insegnarmi come ci si comporta su proprietà altrui
Odio pensare che pochi miei intimi amici non conoscono ancora questa nuova dimora
Odio mettere le mani su gibran, il tavolo, e vedere che balla, balla e se frega del mio amore per lui
Odio camminare avanti e indietro, indietro e avanti, per stanze e corridoi sentendomi inutile al mondo
Odio non avere vicini, che mi spiano, mi chiaccherano, mi cercano, mi fanno sentire vicino
Odio andare a letto sempre solo, e trovare lenzuola gelate, e agitare gambe e piedi come forma di calore ed amore verso il nulla
Vado via perche odio odiare qualcosa, perchè la vita è breve, e bisognerebbe amare solamente.
Resto qui perchè ho capito che "..così vanno le cose, così devono andare.."
martedì 30 novembre 2010
sabato 27 novembre 2010
TECVERDE apre TREdiFIORI
SE QUALCUNO VUOLE PASSARE, STASERA A PADOVA INAUGURIAMO TREdiFIORI, IL PRIMO GREEN CONCEPT STORE DI TECVERDE. IL VERDE NELLE SUE PIU' SVARIATE DECLINAZIONI, ELEGANZA E RICERCA LE PAROLE GUIDA.
VI ASPETTO !!!
VI ASPETTO !!!
venerdì 26 novembre 2010
BREVE BIANCA ESTASI
Svegliarsi coperto da un piumone, bianco, in una camera, bianca, dentro una casa, bianca.
Alzare una persiana, bianca, e vedere la strada, bianca, e i tetti, bianca, e gli alberi, bianca.
Bianca, neve, breve, neve, estasi, neve.
Regalo novembrino. A pulire, lavare, purificare come vuole l'etimologia della parola neve. Purificare qualche strano giorno che aveva rovinato un pò di fegato, e non solo.
E passi soffici e leggeri, in Silenzio, lungo la via. E parole già lette. E canto.
Canto della neve silenziosa.
Breve, Bianca Estasi.
http://nonpossoriposare.blogspot.com/2009/12/la-bellezza-1-neve.html
"[..]Udì lo scricchiolio della neve sotto i suoi piedi ma ancora una volta si senti più leggero...non ostacolato nè impedito... capace di muoversi liberamente nell'aria grigio perla e sulla neve silenziosa.
Si fermò e rimase immobile a guardare e a sentirsi la neve addosso. Si voltò a guardare dietro di sè il punto in cui le sue impronte erano cessate. Una parte di lui ambiva a ripercorrere i propri passi per tornare a far parte della gioia che aveva provato per così poco, ma sapeva di non potere... di non... volere ignorare le altre voci che gli suonavano dentro. Si girò e, deciso, s'incamminò verso casa. Non sapeva cosa era successo ma di qualunque cosa si trattasse sapeva di avere ormai speranza e que che era stato poteva tornare a essere. Poteva ridestare una parte di quella gioia per portarsi a casa il canto della neve silenziosa. Poteva dividerla con altri.[..]"
Canto della neve silenziosa, Hubert Selby Jr.
Alzare una persiana, bianca, e vedere la strada, bianca, e i tetti, bianca, e gli alberi, bianca.
Bianca, neve, breve, neve, estasi, neve.
Regalo novembrino. A pulire, lavare, purificare come vuole l'etimologia della parola neve. Purificare qualche strano giorno che aveva rovinato un pò di fegato, e non solo.
E passi soffici e leggeri, in Silenzio, lungo la via. E parole già lette. E canto.
Canto della neve silenziosa.
Breve, Bianca Estasi.
http://nonpossoriposare.blogspot.com/2009/12/la-bellezza-1-neve.html
"[..]Udì lo scricchiolio della neve sotto i suoi piedi ma ancora una volta si senti più leggero...non ostacolato nè impedito... capace di muoversi liberamente nell'aria grigio perla e sulla neve silenziosa.
Si fermò e rimase immobile a guardare e a sentirsi la neve addosso. Si voltò a guardare dietro di sè il punto in cui le sue impronte erano cessate. Una parte di lui ambiva a ripercorrere i propri passi per tornare a far parte della gioia che aveva provato per così poco, ma sapeva di non potere... di non... volere ignorare le altre voci che gli suonavano dentro. Si girò e, deciso, s'incamminò verso casa. Non sapeva cosa era successo ma di qualunque cosa si trattasse sapeva di avere ormai speranza e que che era stato poteva tornare a essere. Poteva ridestare una parte di quella gioia per portarsi a casa il canto della neve silenziosa. Poteva dividerla con altri.[..]"
Canto della neve silenziosa, Hubert Selby Jr.
martedì 23 novembre 2010
IO e TE

Io e te ed il buio, di una stanza
aspettando il suo arrivo
Io e te davanti ad un fuoco
muto, sul vetro
Io e te e la neve,
che cade, come te
Io e te viaggiandomi dentro
a volte lontano, a volte, vicino
Io e te e le cose lasciate svanire
con lentezza, e pazienza
Io e te e le foglie,
quando colorano, l'autunno
Io e te ed un caffè appena versato
fumante, nel freddo mattino
Io e te e le parole non dette,
per te
Io e te e le cose non fatte,
per te
Io e te e le case,
alle prime luci del giorno
Io e te ed il mare, seduti
a vedere, a vederci
Io e te ed il vento, in faccia
quel, vento
Io e te ed il vento, sulle labbra
sui pensieri, nel cuore
Io e te nel sogno, un castello
cadiamo, ma, soffice viene l'atterraggio
Io e te tra la gente, attorno, che passa
mi parla, ride ma, non ti vede
Io e te e la terra, e due piedi
e le pietre, ci fanno il solletico
Io e te ed i suoi occhi carichi,
intensi, in attesa
Io e te ed un piatto bollente,
semplice e saporito
Io e te, e un bicchiere di vino,
scuro, amico
Io e te e loro, presenti, a volte
pesanti, famiglia
Io e te tra loro, a fatica
scalando la forza, con loro, amici
Io e te e lei
che tace, a suo modo, musica
Io e te e una luce
che vieta, ma lascia, speranza.
Io e te dentro un profumo,
che fugge, non rincorso
Io e te, e nel cielo
un aquilone
Io e te, amato,
silenzio.
lunedì 22 novembre 2010
UIC-END TAM-BIEN BARCELONA
Ricordando un vecchio scatolone contieni-plastico, che sei anni fà alla fine di un seminario progettuale si riempì di scritte e ringraziamenti, diventando lapide commemorativa, anche in questo post elencherò in stile commemorativo gli accadimenti i luoghi e le persone di questo breve uic-end barcellonense.
"Tutti ringraziamo Monica e Mauriiizio, i nostri cari amici emigranti, e alla loro estrema cordialità e ospitalità, al loro appartamemento miami-style in diagonal 164, al suo ingresso direttamente in camera, ai suoi muri superisolanti che ci hanno protetto dal barba, all'ascensore antifatica, all'aspiratore perfettamente funzionante del bagno ospiti. Lele ringrazia il suo alter-ego Signora Antonia e il suo casco-lampada per la permanente. Silvia ringrazia i festeggiamenti gioiosi corposi e lunghi per il suo 31° compleagno feliz. Il letto del barba ringrazia cappe per il suo peso piuma che ha permesso l'addio definitivo all'amata trave di legno. Il frigo americano ringrazia cappe, barba, lele e silvia per esser stati artefici del più grande svuotamento notturno da fame chimica che la storia della diagonal avesse mai conosciuto. I wurstel freddi ringraziano per non esser stati messi ad arrostire ma deglutiti a secco. Lo stomaco del cappe ringrazia vivamente il Vino Blanco in cartone per avergli fatto provare emozioni che non ricordava da anni. L'impianto elettrico e le bollette d'energia ringraziano per la più alta percentuale di docce mai fatte in 3 giorni. Monica ringrazia la ragazzina francese che le ha fottuto il chupitos da sotto gli occhi con estrema naturalezza. Barba ringrazia i suoi piedi che mutano dimensione nell'arco di poche ore (e anche le espadrillas rosse ringrazieranno per il futuro non utilizzo). Silvia ringrazia sentitamente l'aerofagia dei suoi compagni di viaggio, ma proprio sentitamente. Mauriiizio ringrazia il barba per tutte le volte che si è sentito dire 'mauriiiizio'. Sempre maurizio, ringrazia se stesso e la sua calma apparente per non aver tentato di uccidere il barba ed infierire sul suo cadavere. Tutti ringraziamo padre sole per esser comparso giusto un paio d'ore di prima di prendere l'aereo di ritorno. E tutti ringraziamo madre pioggia per aver ben pensato di mantenere il livello di umidità corporea che già era alto grazie alla costante assunzione di cana. Cappe con serenità ringrazia il tappeto-miami, e le coperte-miami, e il traffico-miami, e le persiane-miami. Silvia ringrazia tutti i suoi amici per la varietà di regali ricevuti negli ultimi anni: libri, libri, libri. (ah, dimenticavo, libri!). Lele ringrazia il mercato La Bouqueria per avergli donato il ricordo di quel buonissimo Falafel (che non ha mangiato, ma il ricordo sarà speciale). Cappe e barba ringraziano la sonosciuta fondazione che puntualmente restaura Palau Guell al loro arrivo. Stai Cane. La ringhiera e le telecamere della stazione di Santa Coloma de Cervello ringraziano i 4 malcapitati delinquenti che presto verranno riconosciuti e pagheranno le conseguenze della loro marachella. Il cameriere-robot de 'L'Avia' ringrazia la monica che puntualmente ordinava due bottiglie di rosso contemporaneamente e lui, piccolo, non riusciva proprio a portarle. Il cameriere più cameriere della storia, alla 'Fonda del port olimpic', ringrazia dio e la madonna e tutti i santi per aver trovato il lavoro della sua vita ed esser assolutamente il migliore in questa terra. Cappe ringrazia i broccoletti, i cavolfiori e l'anice che gli hanno tenuto compagnia per tutta la cena del 20 novembre. Sempre cappe ringrazia la sua ignoranza in merito a Gaber, che ha dato il là ad una serata alcolica da annali. Silvia ringrazia il punturone del finto infermiere che le ha procurato un sussulto orgasmico-sessuale più forte del maglioncino violaceo di lele. Maurizio ringrazia tutti i suoi cappotti, diversi, tanti, infiniti e misteriosi. Monica ringrazia il barba e lele per il loro smisurato amore verso la musica latino-americana, e per la lunghissima e magnifica serata in quel caliente interrato. Le signore del negozio di scarpe in carrer d'avinyo ringraziano la simpatica combricola italiana per aver loro permesso di raggiungere l'esaurimento nervoso in poche decine di minuti. Tutti ringraziamo di cuore il suppostone di nouvel, visibile da ovunque, presenza costante, guida spirituale e fisica, riferimento terreno e celeste, nostro, Dio. Calma. Tutti ringraziamo le fontane magiche di piazza di spagna che non si accendono mai, la cripta guell chiusa, il padiglione di mies a pagamento, le interminabili code (non fatte, solo viste) per la sagrada, la pedrera, la batlò. Maurizio ringrazia la barra di cioccolato amatller, sua più intima amante. Tutti ringraziamo il trenino blu che ci ha saliti al tibidabo, nella pausa birra (strano) più serena, riappacificante, romantica, e piacevole degli ultimi mesi. Cappe lele barba e silvia ringraziano la mitica fiesta, per averli trasportati puntualmente in giro per la costa brava. Barba ringrazia il comitato di accoglienza pro comune di camisano, e la sua suite presidenziale. Cappe ringrazia l'economica pausa-tapas da irati. Economica, si si. Stai cane. 'Tambien' y 'fatto ben' ringraziano l'allegra combricola per esser state pronunciate in un numero infinito di volte, e quando si raggiunge l'infinito, non si può che esser felici. Bhe, dato che mi son rotto le patatas di ringraziare, ringrazio tutti tutto e tutte. e ringrazio il ringraziare, che non è mai troppo."
Ah dimenticavo, fatto ben star via solo tre giorni e tornar nell'amato e bagnato veneto.
Fatto proprio ben.
Hasta luego
(TAMBIEN)
"Tutti ringraziamo Monica e Mauriiizio, i nostri cari amici emigranti, e alla loro estrema cordialità e ospitalità, al loro appartamemento miami-style in diagonal 164, al suo ingresso direttamente in camera, ai suoi muri superisolanti che ci hanno protetto dal barba, all'ascensore antifatica, all'aspiratore perfettamente funzionante del bagno ospiti. Lele ringrazia il suo alter-ego Signora Antonia e il suo casco-lampada per la permanente. Silvia ringrazia i festeggiamenti gioiosi corposi e lunghi per il suo 31° compleagno feliz. Il letto del barba ringrazia cappe per il suo peso piuma che ha permesso l'addio definitivo all'amata trave di legno. Il frigo americano ringrazia cappe, barba, lele e silvia per esser stati artefici del più grande svuotamento notturno da fame chimica che la storia della diagonal avesse mai conosciuto. I wurstel freddi ringraziano per non esser stati messi ad arrostire ma deglutiti a secco. Lo stomaco del cappe ringrazia vivamente il Vino Blanco in cartone per avergli fatto provare emozioni che non ricordava da anni. L'impianto elettrico e le bollette d'energia ringraziano per la più alta percentuale di docce mai fatte in 3 giorni. Monica ringrazia la ragazzina francese che le ha fottuto il chupitos da sotto gli occhi con estrema naturalezza. Barba ringrazia i suoi piedi che mutano dimensione nell'arco di poche ore (e anche le espadrillas rosse ringrazieranno per il futuro non utilizzo). Silvia ringrazia sentitamente l'aerofagia dei suoi compagni di viaggio, ma proprio sentitamente. Mauriiizio ringrazia il barba per tutte le volte che si è sentito dire 'mauriiiizio'. Sempre maurizio, ringrazia se stesso e la sua calma apparente per non aver tentato di uccidere il barba ed infierire sul suo cadavere. Tutti ringraziamo padre sole per esser comparso giusto un paio d'ore di prima di prendere l'aereo di ritorno. E tutti ringraziamo madre pioggia per aver ben pensato di mantenere il livello di umidità corporea che già era alto grazie alla costante assunzione di cana. Cappe con serenità ringrazia il tappeto-miami, e le coperte-miami, e il traffico-miami, e le persiane-miami. Silvia ringrazia tutti i suoi amici per la varietà di regali ricevuti negli ultimi anni: libri, libri, libri. (ah, dimenticavo, libri!). Lele ringrazia il mercato La Bouqueria per avergli donato il ricordo di quel buonissimo Falafel (che non ha mangiato, ma il ricordo sarà speciale). Cappe e barba ringraziano la sonosciuta fondazione che puntualmente restaura Palau Guell al loro arrivo. Stai Cane. La ringhiera e le telecamere della stazione di Santa Coloma de Cervello ringraziano i 4 malcapitati delinquenti che presto verranno riconosciuti e pagheranno le conseguenze della loro marachella. Il cameriere-robot de 'L'Avia' ringrazia la monica che puntualmente ordinava due bottiglie di rosso contemporaneamente e lui, piccolo, non riusciva proprio a portarle. Il cameriere più cameriere della storia, alla 'Fonda del port olimpic', ringrazia dio e la madonna e tutti i santi per aver trovato il lavoro della sua vita ed esser assolutamente il migliore in questa terra. Cappe ringrazia i broccoletti, i cavolfiori e l'anice che gli hanno tenuto compagnia per tutta la cena del 20 novembre. Sempre cappe ringrazia la sua ignoranza in merito a Gaber, che ha dato il là ad una serata alcolica da annali. Silvia ringrazia il punturone del finto infermiere che le ha procurato un sussulto orgasmico-sessuale più forte del maglioncino violaceo di lele. Maurizio ringrazia tutti i suoi cappotti, diversi, tanti, infiniti e misteriosi. Monica ringrazia il barba e lele per il loro smisurato amore verso la musica latino-americana, e per la lunghissima e magnifica serata in quel caliente interrato. Le signore del negozio di scarpe in carrer d'avinyo ringraziano la simpatica combricola italiana per aver loro permesso di raggiungere l'esaurimento nervoso in poche decine di minuti. Tutti ringraziamo di cuore il suppostone di nouvel, visibile da ovunque, presenza costante, guida spirituale e fisica, riferimento terreno e celeste, nostro, Dio. Calma. Tutti ringraziamo le fontane magiche di piazza di spagna che non si accendono mai, la cripta guell chiusa, il padiglione di mies a pagamento, le interminabili code (non fatte, solo viste) per la sagrada, la pedrera, la batlò. Maurizio ringrazia la barra di cioccolato amatller, sua più intima amante. Tutti ringraziamo il trenino blu che ci ha saliti al tibidabo, nella pausa birra (strano) più serena, riappacificante, romantica, e piacevole degli ultimi mesi. Cappe lele barba e silvia ringraziano la mitica fiesta, per averli trasportati puntualmente in giro per la costa brava. Barba ringrazia il comitato di accoglienza pro comune di camisano, e la sua suite presidenziale. Cappe ringrazia l'economica pausa-tapas da irati. Economica, si si. Stai cane. 'Tambien' y 'fatto ben' ringraziano l'allegra combricola per esser state pronunciate in un numero infinito di volte, e quando si raggiunge l'infinito, non si può che esser felici. Bhe, dato che mi son rotto le patatas di ringraziare, ringrazio tutti tutto e tutte. e ringrazio il ringraziare, che non è mai troppo."
Ah dimenticavo, fatto ben star via solo tre giorni e tornar nell'amato e bagnato veneto.
Fatto proprio ben.
Hasta luego
(TAMBIEN)
giovedì 18 novembre 2010
SMONTAGGI COMPOSITIVI
http://www.iuav.it/Facolta/facolt--di2/NEWS1/eventi-del2/Smontaggi-/index.htm
Martedì abbiamo inaugurato a Venezia, allo IUAV, una mostra didattica curata da Me e Roberta per conto del caro prof. Mauro Marzo.
La vernice è stata la fine di un percorso iniziato tre anni fa, quando pochi mesi dopo la laurea venni chiamato a fare l'assitente ad un corso dellaFacoltà, Caratteri Tipologici e Morfologici degli edifici.
Tre anni ricchi di esperienze, a partire dalle persone, Roberta in primis, Mauro, Claudia, Pietro, Sandro, tantissimi studenti, e tre Corsi, sette conferenze, tre viaggi studio.
Un metodo di insegnamento, una didattica rigorosa e coerente, indubbiamente faticosa e impegnativa per gli studenti. E un risultato, pregevole a parere di molti, riconoscibile.
E sopratutto una sorta di famiglia, la creazione di un gruppo, professori assistenti e studenti, spinti e sospinti sopratutto dalla passione, perchè l'economia si sa che in facoltà è nulla e ridicola.
E tutto questo percorso e questa storia e questa tappa finale sono state una strada, una mulatteria di montagna, nel cui ultimo tratto sono e siamo stati aiutati da luca, martino, giulia, alessia, susanna e lorenzo. Una strada percorsa per volontà e non per dovere. Il cui piacere, la cui soddisfazione, e l'emozione stanno tutte nell'attimo in cui, arrivati alla vetta, ci si volta, a vedere la vallata e la salita che ci siamo lasciati alle spalle.
La mostra "Smontaggi Compositivi", si riassume in quell'istante, in quel voltarsi verso valle, con del sudore alla fronte e un sorriso sulle labbra.
Grazie a tutti con stima, e di cuore. E in bocca al lupo per le prossime strade, per le prossime vette, per il prossimo voltarsi.
n.

Martedì abbiamo inaugurato a Venezia, allo IUAV, una mostra didattica curata da Me e Roberta per conto del caro prof. Mauro Marzo.
La vernice è stata la fine di un percorso iniziato tre anni fa, quando pochi mesi dopo la laurea venni chiamato a fare l'assitente ad un corso dellaFacoltà, Caratteri Tipologici e Morfologici degli edifici.
Tre anni ricchi di esperienze, a partire dalle persone, Roberta in primis, Mauro, Claudia, Pietro, Sandro, tantissimi studenti, e tre Corsi, sette conferenze, tre viaggi studio.
Un metodo di insegnamento, una didattica rigorosa e coerente, indubbiamente faticosa e impegnativa per gli studenti. E un risultato, pregevole a parere di molti, riconoscibile.
E sopratutto una sorta di famiglia, la creazione di un gruppo, professori assistenti e studenti, spinti e sospinti sopratutto dalla passione, perchè l'economia si sa che in facoltà è nulla e ridicola.
E tutto questo percorso e questa storia e questa tappa finale sono state una strada, una mulatteria di montagna, nel cui ultimo tratto sono e siamo stati aiutati da luca, martino, giulia, alessia, susanna e lorenzo. Una strada percorsa per volontà e non per dovere. Il cui piacere, la cui soddisfazione, e l'emozione stanno tutte nell'attimo in cui, arrivati alla vetta, ci si volta, a vedere la vallata e la salita che ci siamo lasciati alle spalle.
La mostra "Smontaggi Compositivi", si riassume in quell'istante, in quel voltarsi verso valle, con del sudore alla fronte e un sorriso sulle labbra.
Grazie a tutti con stima, e di cuore. E in bocca al lupo per le prossime strade, per le prossime vette, per il prossimo voltarsi.
n.

domenica 14 novembre 2010
L' ALBERGO BALENA _ SALUTO DI BENVENUTO
L'orologio in basso a destra nello schermo del pc segna le 08:47.
Oggi è il 13 Novembre 2010. Io mi chiamo Nicola, ebbene si, sempre Nicola.
Ora mi trovo a Dueville, in via Cavalieri di Vittorio Veneto 9, interno due, piano primo.
Seduto sullo sgabello rosso, appoggiato ad un mensolone di marmo, disegnato da me appositamente per fare il pane, nella mia cucina della non mia casa nuova.
In sottofondo, ma a volume adeguato, suona a random una webradio, deezer, che esattamente in questo istante trasmette 'ovunque proteggi del caro Vinicio.
Che strana,a volte, la vita.
Che scherzi, a volte, il destino.
Ascoltare Vinicio nel mentre vorrei raccontarvi qualcosa dopo oltre quindici giorni di voluto silenzio, è devo dire, abbastanza deviante. Però tra quello che volevo raccontarvi e questa canzone un nesso c'è, e abbastanza forte. Ed è nesso di grazia, o meglio, di ricerca di grazia.
Albergo Balena è un progetto che nasce molti anni fa, alla fine degli anni '80, quando Pietra e LaCarmen volevano costruire casa per la loro famiglia; varie vicissitudini dei più diversi tipi hanno fato si che saltassero tutti i possibili inquilini di questo edificio, dalla mia famiglia appunto, ai nonni poi, ai figli successivamente. Sopra quel prato verde che per me e per alcuni di voi che leggete è stato il suolo di infiniti pomeriggi sportivi e ludici, nel 1994 è stata posata l'ultima pietra. Poi per sedici lunghi anni questa mura spoglie e questi interni grezzi hanno conosciuto e chiaccherato nell'intimo solo con scatoloni, biciclette, rifiuti, vecchi oggetti in disuso, sacchi di malta, limonari al riparo dal freddo. Magazzino dell'impossibile e dello scarto, luogo dei "non", dei "non mi servi più". Una sorta di pancia contenitrice, un freddo ventre di balena, per citare Pinocchio.
Io sono il primo inquilino umano che entra in questa pancia, per scelta e non per caso come Pinocchio. Mi sento una sorta di capitano marino che si avventura nel ventre di un animale sconosciuto alla ricerca di chissà quale tesoro. E quando in luglio sono entrato per la prima volta in sopraluogo prima dei lavori di parziale ristrutturazione e di finitura, ho iniziato a vedere che tutto quel colore bianco che c'è al di fuori, c'era anche dentro, o meglio, ci sarebbe stato.
Bianco purezza. Bianco neve. Bianco inverno. Bianco luce. Bianco perfezione. Bianco candore. Bianco verginità. Bianco pulizia. Bianco inizio, bianco passaggio, bianco cambiamento. Bianco grazia.
Una enorme balena tutta bianca con un ventre contenitore dove si avventura un capitano beone, non può che essere grottesca citazione di Moby Dick e Achab, o meglio ora capitano acaP.
E la storia di Achab e MobyDick è una storia di un viaggio, dentro la profondità del mare, e della sua perdizione e disorientamento, dentro se stessi. E' un viaggio epico. Anch'io quindici giorni orsono ho inziato il mio nuovo viaggio, dentro me stesso, dentro il ventre della mia personale Moby dick; e si sbaglia chi pensa che troppo facile farlo senza il mare, senza l'acqua ovunque. Perchè a conferma delle strane coincidenze che da sempre accompagnano la mia vita, l'acqua è stata indiscussa protaganista di questo mese di passaggio. L'acqua dal cielo a secchiate che ha salutato per due weekend consecutivi tutti gli scatoloni del mio trasloco, l'acqua dal fiume e dalla terra che ha invaso vicenza e contrà porta santa lucia solo un giorno dopo la mia partenza, l'acqua che mi sgorgava dagli occhi quando uscivo con l'auto carica per l'ultima volta da quel portone, l'acqua che allegava casa nuova alla prima lavatrice mal riuscita, l'acqua che non ho ancora bevuto seduto a questo tavolo, perchè penso ce ne sia già abbastanza, di acqua, sia dentro sia fuori noi in questo periodo.
E se qualcuno si chiederà perchè la prima cosa che il capitano acaP ha aquistato per il suo nuovo viaggio è stata un stufa, rigorosamente a legna, e non un vascello, un letto, una cassa di rum, bhè, troverà di certo risposta tra le righe precedentemente lette.
Dunque a noi, moby dick. A noi, bianco ventre. D'ora in avanti avrai un nuovo ospite, vivo, munito di stufa e calore. Pronto ad un viaggio di cui si conosce la partenza ma non l'arrivo. Pronto ad affrontare il Suo mare. A noi due, Albergo Balena.
Abbi un pò di grazia anche tu di me, come io la sto avendo per te, accarezzando i tuoi muri di bianco vestiti, coprendoti con del legno vivo e naturale, illuminandoti nei modi più svariati a seconda della luce che mi chiederai, facendoti conoscere e sostenere oggetti non più morti e spenti ma a loro modo vivi e strani, di sicura compagnia e colore.
E proteggimi un poco, e io ti riscalderò con naturalezza, lentezza e semplicità.
Proteggimi ovunque, e il viaggio assieme sarà lungo, ma buono.
Spero di avere il tuo benvenuto, Albergo Balena.
Oggi è il 13 Novembre 2010. Io mi chiamo Nicola, ebbene si, sempre Nicola.
Ora mi trovo a Dueville, in via Cavalieri di Vittorio Veneto 9, interno due, piano primo.
Seduto sullo sgabello rosso, appoggiato ad un mensolone di marmo, disegnato da me appositamente per fare il pane, nella mia cucina della non mia casa nuova.
In sottofondo, ma a volume adeguato, suona a random una webradio, deezer, che esattamente in questo istante trasmette 'ovunque proteggi del caro Vinicio.
Che strana,a volte, la vita.
Che scherzi, a volte, il destino.
Ascoltare Vinicio nel mentre vorrei raccontarvi qualcosa dopo oltre quindici giorni di voluto silenzio, è devo dire, abbastanza deviante. Però tra quello che volevo raccontarvi e questa canzone un nesso c'è, e abbastanza forte. Ed è nesso di grazia, o meglio, di ricerca di grazia.
Albergo Balena è un progetto che nasce molti anni fa, alla fine degli anni '80, quando Pietra e LaCarmen volevano costruire casa per la loro famiglia; varie vicissitudini dei più diversi tipi hanno fato si che saltassero tutti i possibili inquilini di questo edificio, dalla mia famiglia appunto, ai nonni poi, ai figli successivamente. Sopra quel prato verde che per me e per alcuni di voi che leggete è stato il suolo di infiniti pomeriggi sportivi e ludici, nel 1994 è stata posata l'ultima pietra. Poi per sedici lunghi anni questa mura spoglie e questi interni grezzi hanno conosciuto e chiaccherato nell'intimo solo con scatoloni, biciclette, rifiuti, vecchi oggetti in disuso, sacchi di malta, limonari al riparo dal freddo. Magazzino dell'impossibile e dello scarto, luogo dei "non", dei "non mi servi più". Una sorta di pancia contenitrice, un freddo ventre di balena, per citare Pinocchio.
Io sono il primo inquilino umano che entra in questa pancia, per scelta e non per caso come Pinocchio. Mi sento una sorta di capitano marino che si avventura nel ventre di un animale sconosciuto alla ricerca di chissà quale tesoro. E quando in luglio sono entrato per la prima volta in sopraluogo prima dei lavori di parziale ristrutturazione e di finitura, ho iniziato a vedere che tutto quel colore bianco che c'è al di fuori, c'era anche dentro, o meglio, ci sarebbe stato.
Bianco purezza. Bianco neve. Bianco inverno. Bianco luce. Bianco perfezione. Bianco candore. Bianco verginità. Bianco pulizia. Bianco inizio, bianco passaggio, bianco cambiamento. Bianco grazia.
Una enorme balena tutta bianca con un ventre contenitore dove si avventura un capitano beone, non può che essere grottesca citazione di Moby Dick e Achab, o meglio ora capitano acaP.
E la storia di Achab e MobyDick è una storia di un viaggio, dentro la profondità del mare, e della sua perdizione e disorientamento, dentro se stessi. E' un viaggio epico. Anch'io quindici giorni orsono ho inziato il mio nuovo viaggio, dentro me stesso, dentro il ventre della mia personale Moby dick; e si sbaglia chi pensa che troppo facile farlo senza il mare, senza l'acqua ovunque. Perchè a conferma delle strane coincidenze che da sempre accompagnano la mia vita, l'acqua è stata indiscussa protaganista di questo mese di passaggio. L'acqua dal cielo a secchiate che ha salutato per due weekend consecutivi tutti gli scatoloni del mio trasloco, l'acqua dal fiume e dalla terra che ha invaso vicenza e contrà porta santa lucia solo un giorno dopo la mia partenza, l'acqua che mi sgorgava dagli occhi quando uscivo con l'auto carica per l'ultima volta da quel portone, l'acqua che allegava casa nuova alla prima lavatrice mal riuscita, l'acqua che non ho ancora bevuto seduto a questo tavolo, perchè penso ce ne sia già abbastanza, di acqua, sia dentro sia fuori noi in questo periodo.
E se qualcuno si chiederà perchè la prima cosa che il capitano acaP ha aquistato per il suo nuovo viaggio è stata un stufa, rigorosamente a legna, e non un vascello, un letto, una cassa di rum, bhè, troverà di certo risposta tra le righe precedentemente lette.
Dunque a noi, moby dick. A noi, bianco ventre. D'ora in avanti avrai un nuovo ospite, vivo, munito di stufa e calore. Pronto ad un viaggio di cui si conosce la partenza ma non l'arrivo. Pronto ad affrontare il Suo mare. A noi due, Albergo Balena.
Abbi un pò di grazia anche tu di me, come io la sto avendo per te, accarezzando i tuoi muri di bianco vestiti, coprendoti con del legno vivo e naturale, illuminandoti nei modi più svariati a seconda della luce che mi chiederai, facendoti conoscere e sostenere oggetti non più morti e spenti ma a loro modo vivi e strani, di sicura compagnia e colore.
E proteggimi un poco, e io ti riscalderò con naturalezza, lentezza e semplicità.
Proteggimi ovunque, e il viaggio assieme sarà lungo, ma buono.
Spero di avere il tuo benvenuto, Albergo Balena.
venerdì 29 ottobre 2010
ADDIO SL\3 _ ULTIMO SALUTO.
PARTE PRIMA. DI NOTTE.
L'orologio in basso a destra nello schermo del pc segna le 21:42.
Oggi è il 29 Ottobre 2010. Io mi chiamo Nicola.
Ora mi trovo a Vicenza, in contrà Porta Santa Lucia 124, interno due, piano secondo.
Seduto alla scrivania, costruita da me, della non mia camera mansardata.
In sottofondo, ma a volume adeguato, è partito il Koln Concert di Keith Jarret.
Che strana,a volte, la vita.
Che scherzi, a volte, il destino.
Tutto il giorno che muoio dal desiderio di scrivere un fiume di noiossisime ma sentite parole e frasi sulla mia ultima notte a Santa Lucia, sul mio ultimo giorno da residente vicentino, sui miei sentimenti fortissimi di questi giorni finali.
Tutto il mese che covo riflessioni profonde, nostalgie anticipate, abbozzi mentali di descrizioni ed omaggi dovuti, storie sulla punta della lingua.
E proprio ora, il momento, quel momento, dita sulla tastiera, mente sovracarica, fiume pronto a straripare. Ma nulla, nulla straripa e nemmeno affiora. Solo discorsi e frasi di convenienza.
Mi si è bloccato tutto, un coito interrotto, un'erezione che non arriva, troppi premilinari mentali.
Sono esausto, la stanchezza mi sconfigge anche stasera, a tradimento, mi sega le gambe, mi blocca l'erezione e non permette che io riesca per l'ultima notte a fare l'amore con le parole pensando al mio rifugio di questi ultimi 4 anni. Ho un sonno irresistibile.
Riesco a malapena a durare questi noveminutiequarantaduesecondi, esattamente come la prima parte del concerto di Keith Jarrett a Colonia del 1975, che senza dubbio alcuno ho, avevo, scelto come colonna sonora del mio addio.
Niente, non esce nulla del fiume che ho dentro. Mi corico anzitempo per l'ultima volta sotto questo piumone, e rimando tutto a domattina, sul presto.
Buonanotte SantaLucia, per l'ultima volta buonanotte.
Però, aspetta. Cazzo. Ecco si, qualcosa esce, finalmente. Si. Esce, si sblocca. Strozzata però.
Una lacrima, così corta che si ferma a metà guancia e non mi lascia sentire il sapore e l'ebbrezza del sale. Bastarda. Pure ti pigli gioco di me.
O forse no, non è colpa tua. E' colpa di quel tappo, QUEL tappo.
Provo a sognarci sopra, vediamo se qualche strana creatura della notte riesce a spiegarmi come toglierlo. Altrimenti pazienza, era destino che tutte le cose rimangano per sempre solo mie, solo per me.
Che strana,a volte, la vita.
Che scherzi, a volte, il destino.
A domani, e buon ascolto.
PARTE SECONDA. DI MATTINO, PRESTO.
L'orologio in basso a destra nello schermo del pc segna le 06:53.
Oggi è il 30 Ottobre 2010. Io mi chiamo Nicola.
Ora mi trovo a Vicenza, in contrà Porta Santa Lucia 124, interno due, piano secondo.
Seduto alla scrivania, costruita da me, della non mia camera mansardata.
In sottofondo, ma a volume adeguato, è ripreso il Koln Concert di Keith Jarret.
Mi sono alzato per l'ultima volta dal letto quasi un oretta fà, a piedi pari, cosa che non faccio quasi mai. Ho fatto una doccia bollente, l'ultima, e mi sono lavato con la saponetta, con semplicità. Mi sono vestito con un paio di jeans neri e una felpa color tortora, col cappuccio. Ho scaldato un pentolino d'acqua sul fuoco, l'ultimo fuoco che accendo qui, e mi sono preparato un thè nero, poco zuccherato. Ho spento il riscaldamento, disfatto il letto per l'ultima volta e mi sono seduto a questa scrivania.
Ora fuori dalla finestra alle mie spalle inizia a vedersi la prima luce del mattino, che ho volutamente preso d'anticipo. Mi sento riposato. E decisamente più lucido di ieri sera.
Ho perso la carica emotiva, il furore dell'emozione tachicardica, quasi incontrollabile.
E' la prima volta che riesco a scrivere ad un'ora così di primo mattino, forse l'ennesimo segnale del cambiamento in atto.
Mi piacerebbe raccontarvi delle piccole quotidianità fatte Qui per l'ultima volta, delle consuetudini che forse non ci saranno più tra qualche ora, dei gesti delle abitudini di alcune piccole ma piccole emozioni.
Mi sono coricato ieri sera disteso pancia all'insù, a stella, come un ricordo intenso di oltre due anni fa, il letto cigola senza muoversi, un rumore fastidioso, lo dimentecherò presto. Mi sono svegliato in posizione esattamente diagonale, sull'asse nord-est, testa verso il sorgere del sole.
(ora la luce fuori inizia a farsi rossa, e mi ricorda notti brave, spesso vissute Qui.)
Dopo aver fatto la pipì, ho tirato l'acqua, una volta schiacciando forte il pusante, e poi un colpo più debole, un pugno e una carezza, altrimenti questa cassetta non la smette di caricare acqua, e c'è da giurarci, potrebbe continuare all'infinito senza stancarsi mai. Mah.
Dalla doccia non ho visto mai direttamente un punto luce, ne naturale ne artificiale, ho quasi sempre tenuto le spalle a nord, gli occhi persi nell'azzurro spento delle piastrelle, piedi sul vecchio metallo della vasca bianca, acqua bollente sulla schiena, pelle d'oca, testa che vaga altrove, un ricordo.
Il thè ho iniziato a berlo in piedi, come spesso il caffè di tutte le altre mattine, e poi mi sono seduto sul secondo gradino della scala e ho infilato le ciabatte, oggi, altre volte le scarpe. Un rito.
Anche l'ultimo bicchiere di vino rosso bevuto al Pitanta ieri sera è stato un rito. Cabernet. E Polpetta. In mezzo a tutta quella gente che affolla il plateatico per l'aperitivo del venerdì, molta conosciuta durante questi 4 anni. Una parola, una battuta, un saluto fugace. Ma per l'ultimo sorso ero solo, e ho tenuto il vino in bocca per qualche minuto, finchè i tannini non hanno iniziato a prosciugare ed asciugare tutta la dolcezza della pelle del mio palato, tutta la tenerezza della lingua, lasciandomi solo acido e sapore amaro, ma vero, contadino, vigna, scarpe sporche, sete, vita asciutta, terra, semplice, forte. Come forti, asciutti, amari, piacevoli sono stati questi 4 anni.
(la luce fuori ha ormai perso tutto il rosso, è passata all'azzurro chiaro del mattino, e Keith Jarret qui sotto sta giungendo alla fine del suo concerto, e senti come suona, cazzo. Come suona.)
Anche l'ultimo giro in bicicletta, la mia fiammante blu, per l'ultimo acquisto da residente, ha avuto il suo perchè; direzione libreria, 9 libri acquistati, 9 come il mio prossimo numero civico, una piccola scorta invernale, ma sopratutto l'auspicio che ci siano altre storie che mi seguano o accompagnino per la futura avventura. E poi, come il vecchio alex, a filare giù rapido per Corso Palladio, tra slalom e aria in faccia, occhi bagnati, ma si sà, che è per colpa del vento.
E ancora una cena scarna, volutamente senza gusto, per non togliere o sovrastare altri sapori della serata. E poi c'eran già stati i degni saluti al tavolo, le ultime cene, il bicchiere buono, la vespa che ha salutato la corte, i libri finiti negli scatoloni trasformando la scala in un'autostrada, le lampade rotte, le scritte sui muri, l'ultimo minestrone, il mocio che non scivola sul maledetto gres rossomarron, i saluti dei vicini.
Ecco si, prima che Keith finisca di accarazzare i tasti, vorrei parlare ancora del saluto dei miei vicini. Ora mi commuovo davvero, lo so. Perchè finche si loda e si omaggia un oggetto, un paio di muri, un gesto, un'abitudine, un ricordo, è facile anche tenere il tappo a suo posto. Ma quando si ha a che fare con le persone, con l'uomo, si inizia ad entrare nella sfera del sentimento, del provare reciproco, della carne, della mente, del cuore, della vita.
I miei vicini, quegli storici: Lina, la vecchia, che ha preso l'aperitivo ieri sera da me in pigiama rosa e bigodini appena levati; la Franca, che scendendo di corsa le scale mi ha lasciato la sua ultima torta, grande cuoca, la Franca; Camilla, genio ribelle, entità urlante, quindi sognante, tenera e bella ventenne; Luigi il ferroviere, Luigi il politico, Luigi il dongiovanni, Luigi il tuttofare che salutandomi e abbracciandomi si fa scappare una lacrima, quel cane; Alberto, l'archi-tetto, l'archi-tutto, e suo figlio Nicola, ciuffo biondo e sguardo scontroso; Cinzia, questo sorriso sempre addosso, ma proprio sempre, e questo boccoli d'ora come fosse eternamente giovane; Tiziano, il nostro zio, custode della corte, presente sempre, presente in tutto, e penso che Presente potrebbe essere il suo nome; e negli anni ad intervalli strani anche Daniele e la Patty, Elisa, I veneziani, Ruggero; e poi DonManu, il 'bocia' che ormai bocia non è più, cazzo se ti ho visto crescere Manu, tu e la tua vita costruita dentro quel garage, rubandomi la linea internet, aggiustando centinaia di oggetti tecnologici, e girando chissà quante volte quella chiave in quella serratura.
Cin. Cin cin ! Saluti, baci e abbracci, arrivederci, molti, e qualche in bocca al lupo.
Poi via tutti, ognuno per la sua strada, ognuno con la sua vita addosso e con uno sguardo da cercare e da trovare.
Drin. Drin drin. No, non è finita, ancora qualcuno ieri voleva salire a salutarmi per l'ultima volta. DonManu. Entra, aveva scordato la felpa. No, voleva una foto con me. Lo capite ? Una fotografia. Manu voleva una foto, un ricordo, per non dimenticare. Per non dimentarmi.
"Mi mancherai Nicola." Fran. Da rimanerci secchi se un 'bocia' diciassettenne figlio del web del pc e die videogiochi ti spara addosso una frase così.
"Mi mancherai anche tu, Don Manu. Ma io non scappo, traslo di soli dodici chilometri. Tornerò presto a trovarvi."
"Promesso ?" Altro fran. La certezza voleva Manu, la certezza di non perdere le persone per sempre.
"Promesso."
Mi mancherete tutti, tutti voi. Più di tutti e di tutto.
Mi mancherà la mia casa, certo, i miei muri.
Mi mancheranno le abitudini e i piccoli gesti quotidiani, anche tutti quelli che non vi ho raccontato.
Mi mancheranno certe sensazioni e certi sensi, odori, suoni profumi.
Mi mancheranno le storie, perchè Santa Lucia non è un luogo ma una storia.
Però ora è giunto il momento di andare, e quindi da ora Santa Lucia non è più Una storia, ma diventa Storia.
Lacrima. Sorriso. Lacrima. Sapore di Sale. Singhiozzo. Sorriso.
Ciao, Santa Lucia.
L'orologio in basso a destra nello schermo del pc segna le 21:42.
Oggi è il 29 Ottobre 2010. Io mi chiamo Nicola.
Ora mi trovo a Vicenza, in contrà Porta Santa Lucia 124, interno due, piano secondo.
Seduto alla scrivania, costruita da me, della non mia camera mansardata.
In sottofondo, ma a volume adeguato, è partito il Koln Concert di Keith Jarret.
Che strana,a volte, la vita.
Che scherzi, a volte, il destino.
Tutto il giorno che muoio dal desiderio di scrivere un fiume di noiossisime ma sentite parole e frasi sulla mia ultima notte a Santa Lucia, sul mio ultimo giorno da residente vicentino, sui miei sentimenti fortissimi di questi giorni finali.
Tutto il mese che covo riflessioni profonde, nostalgie anticipate, abbozzi mentali di descrizioni ed omaggi dovuti, storie sulla punta della lingua.
E proprio ora, il momento, quel momento, dita sulla tastiera, mente sovracarica, fiume pronto a straripare. Ma nulla, nulla straripa e nemmeno affiora. Solo discorsi e frasi di convenienza.
Mi si è bloccato tutto, un coito interrotto, un'erezione che non arriva, troppi premilinari mentali.
Sono esausto, la stanchezza mi sconfigge anche stasera, a tradimento, mi sega le gambe, mi blocca l'erezione e non permette che io riesca per l'ultima notte a fare l'amore con le parole pensando al mio rifugio di questi ultimi 4 anni. Ho un sonno irresistibile.
Riesco a malapena a durare questi noveminutiequarantaduesecondi, esattamente come la prima parte del concerto di Keith Jarrett a Colonia del 1975, che senza dubbio alcuno ho, avevo, scelto come colonna sonora del mio addio.
Niente, non esce nulla del fiume che ho dentro. Mi corico anzitempo per l'ultima volta sotto questo piumone, e rimando tutto a domattina, sul presto.
Buonanotte SantaLucia, per l'ultima volta buonanotte.
Però, aspetta. Cazzo. Ecco si, qualcosa esce, finalmente. Si. Esce, si sblocca. Strozzata però.
Una lacrima, così corta che si ferma a metà guancia e non mi lascia sentire il sapore e l'ebbrezza del sale. Bastarda. Pure ti pigli gioco di me.
O forse no, non è colpa tua. E' colpa di quel tappo, QUEL tappo.
Provo a sognarci sopra, vediamo se qualche strana creatura della notte riesce a spiegarmi come toglierlo. Altrimenti pazienza, era destino che tutte le cose rimangano per sempre solo mie, solo per me.
Che strana,a volte, la vita.
Che scherzi, a volte, il destino.
A domani, e buon ascolto.
PARTE SECONDA. DI MATTINO, PRESTO.
L'orologio in basso a destra nello schermo del pc segna le 06:53.
Oggi è il 30 Ottobre 2010. Io mi chiamo Nicola.
Ora mi trovo a Vicenza, in contrà Porta Santa Lucia 124, interno due, piano secondo.
Seduto alla scrivania, costruita da me, della non mia camera mansardata.
In sottofondo, ma a volume adeguato, è ripreso il Koln Concert di Keith Jarret.
Mi sono alzato per l'ultima volta dal letto quasi un oretta fà, a piedi pari, cosa che non faccio quasi mai. Ho fatto una doccia bollente, l'ultima, e mi sono lavato con la saponetta, con semplicità. Mi sono vestito con un paio di jeans neri e una felpa color tortora, col cappuccio. Ho scaldato un pentolino d'acqua sul fuoco, l'ultimo fuoco che accendo qui, e mi sono preparato un thè nero, poco zuccherato. Ho spento il riscaldamento, disfatto il letto per l'ultima volta e mi sono seduto a questa scrivania.
Ora fuori dalla finestra alle mie spalle inizia a vedersi la prima luce del mattino, che ho volutamente preso d'anticipo. Mi sento riposato. E decisamente più lucido di ieri sera.
Ho perso la carica emotiva, il furore dell'emozione tachicardica, quasi incontrollabile.
E' la prima volta che riesco a scrivere ad un'ora così di primo mattino, forse l'ennesimo segnale del cambiamento in atto.
Mi piacerebbe raccontarvi delle piccole quotidianità fatte Qui per l'ultima volta, delle consuetudini che forse non ci saranno più tra qualche ora, dei gesti delle abitudini di alcune piccole ma piccole emozioni.
Mi sono coricato ieri sera disteso pancia all'insù, a stella, come un ricordo intenso di oltre due anni fa, il letto cigola senza muoversi, un rumore fastidioso, lo dimentecherò presto. Mi sono svegliato in posizione esattamente diagonale, sull'asse nord-est, testa verso il sorgere del sole.
(ora la luce fuori inizia a farsi rossa, e mi ricorda notti brave, spesso vissute Qui.)
Dopo aver fatto la pipì, ho tirato l'acqua, una volta schiacciando forte il pusante, e poi un colpo più debole, un pugno e una carezza, altrimenti questa cassetta non la smette di caricare acqua, e c'è da giurarci, potrebbe continuare all'infinito senza stancarsi mai. Mah.
Dalla doccia non ho visto mai direttamente un punto luce, ne naturale ne artificiale, ho quasi sempre tenuto le spalle a nord, gli occhi persi nell'azzurro spento delle piastrelle, piedi sul vecchio metallo della vasca bianca, acqua bollente sulla schiena, pelle d'oca, testa che vaga altrove, un ricordo.
Il thè ho iniziato a berlo in piedi, come spesso il caffè di tutte le altre mattine, e poi mi sono seduto sul secondo gradino della scala e ho infilato le ciabatte, oggi, altre volte le scarpe. Un rito.
Anche l'ultimo bicchiere di vino rosso bevuto al Pitanta ieri sera è stato un rito. Cabernet. E Polpetta. In mezzo a tutta quella gente che affolla il plateatico per l'aperitivo del venerdì, molta conosciuta durante questi 4 anni. Una parola, una battuta, un saluto fugace. Ma per l'ultimo sorso ero solo, e ho tenuto il vino in bocca per qualche minuto, finchè i tannini non hanno iniziato a prosciugare ed asciugare tutta la dolcezza della pelle del mio palato, tutta la tenerezza della lingua, lasciandomi solo acido e sapore amaro, ma vero, contadino, vigna, scarpe sporche, sete, vita asciutta, terra, semplice, forte. Come forti, asciutti, amari, piacevoli sono stati questi 4 anni.
(la luce fuori ha ormai perso tutto il rosso, è passata all'azzurro chiaro del mattino, e Keith Jarret qui sotto sta giungendo alla fine del suo concerto, e senti come suona, cazzo. Come suona.)
Anche l'ultimo giro in bicicletta, la mia fiammante blu, per l'ultimo acquisto da residente, ha avuto il suo perchè; direzione libreria, 9 libri acquistati, 9 come il mio prossimo numero civico, una piccola scorta invernale, ma sopratutto l'auspicio che ci siano altre storie che mi seguano o accompagnino per la futura avventura. E poi, come il vecchio alex, a filare giù rapido per Corso Palladio, tra slalom e aria in faccia, occhi bagnati, ma si sà, che è per colpa del vento.
E ancora una cena scarna, volutamente senza gusto, per non togliere o sovrastare altri sapori della serata. E poi c'eran già stati i degni saluti al tavolo, le ultime cene, il bicchiere buono, la vespa che ha salutato la corte, i libri finiti negli scatoloni trasformando la scala in un'autostrada, le lampade rotte, le scritte sui muri, l'ultimo minestrone, il mocio che non scivola sul maledetto gres rossomarron, i saluti dei vicini.
Ecco si, prima che Keith finisca di accarazzare i tasti, vorrei parlare ancora del saluto dei miei vicini. Ora mi commuovo davvero, lo so. Perchè finche si loda e si omaggia un oggetto, un paio di muri, un gesto, un'abitudine, un ricordo, è facile anche tenere il tappo a suo posto. Ma quando si ha a che fare con le persone, con l'uomo, si inizia ad entrare nella sfera del sentimento, del provare reciproco, della carne, della mente, del cuore, della vita.
I miei vicini, quegli storici: Lina, la vecchia, che ha preso l'aperitivo ieri sera da me in pigiama rosa e bigodini appena levati; la Franca, che scendendo di corsa le scale mi ha lasciato la sua ultima torta, grande cuoca, la Franca; Camilla, genio ribelle, entità urlante, quindi sognante, tenera e bella ventenne; Luigi il ferroviere, Luigi il politico, Luigi il dongiovanni, Luigi il tuttofare che salutandomi e abbracciandomi si fa scappare una lacrima, quel cane; Alberto, l'archi-tetto, l'archi-tutto, e suo figlio Nicola, ciuffo biondo e sguardo scontroso; Cinzia, questo sorriso sempre addosso, ma proprio sempre, e questo boccoli d'ora come fosse eternamente giovane; Tiziano, il nostro zio, custode della corte, presente sempre, presente in tutto, e penso che Presente potrebbe essere il suo nome; e negli anni ad intervalli strani anche Daniele e la Patty, Elisa, I veneziani, Ruggero; e poi DonManu, il 'bocia' che ormai bocia non è più, cazzo se ti ho visto crescere Manu, tu e la tua vita costruita dentro quel garage, rubandomi la linea internet, aggiustando centinaia di oggetti tecnologici, e girando chissà quante volte quella chiave in quella serratura.
Cin. Cin cin ! Saluti, baci e abbracci, arrivederci, molti, e qualche in bocca al lupo.
Poi via tutti, ognuno per la sua strada, ognuno con la sua vita addosso e con uno sguardo da cercare e da trovare.
Drin. Drin drin. No, non è finita, ancora qualcuno ieri voleva salire a salutarmi per l'ultima volta. DonManu. Entra, aveva scordato la felpa. No, voleva una foto con me. Lo capite ? Una fotografia. Manu voleva una foto, un ricordo, per non dimenticare. Per non dimentarmi.
"Mi mancherai Nicola." Fran. Da rimanerci secchi se un 'bocia' diciassettenne figlio del web del pc e die videogiochi ti spara addosso una frase così.
"Mi mancherai anche tu, Don Manu. Ma io non scappo, traslo di soli dodici chilometri. Tornerò presto a trovarvi."
"Promesso ?" Altro fran. La certezza voleva Manu, la certezza di non perdere le persone per sempre.
"Promesso."
Mi mancherete tutti, tutti voi. Più di tutti e di tutto.
Mi mancherà la mia casa, certo, i miei muri.
Mi mancheranno le abitudini e i piccoli gesti quotidiani, anche tutti quelli che non vi ho raccontato.
Mi mancheranno certe sensazioni e certi sensi, odori, suoni profumi.
Mi mancheranno le storie, perchè Santa Lucia non è un luogo ma una storia.
Però ora è giunto il momento di andare, e quindi da ora Santa Lucia non è più Una storia, ma diventa Storia.
Lacrima. Sorriso. Lacrima. Sapore di Sale. Singhiozzo. Sorriso.
Ciao, Santa Lucia.
martedì 26 ottobre 2010
ADDIO SL\2 _ SALUTIAMO SANTA LUCIA

Durante questi ultimi due mesi, questo tetto e queste mura che ancora per pochissimo possono per me definirsi Casa, hanno salutato gli amici più intimi, quando possibile, e sicuro avrebbero voluto salutarne anche qualcuno in più, non molti, ma qualcuno in più si.
O forse sono i miei più intimi amici che hanno salutato e reso omaggio a Santa Lucia, assieme a me, a Vespa, alla OceanoM, a qualche buona pietanza, ad un bicchiere di vino, anche pregiato, ad un amaro, a della musica, ad una matita che lascia memoria sui muri stessi.
Sono settimane che coltivo dentro di me la voglia di fare un post come si deve, di scrivere qualcosa di adeguato per ringraziarvi tutti e per ringraziare Santa Lucia, e adesso che questi tasti neri scorrono veloci sotto le mie dita mi sento bloccato, bloccato da un maledettissimo groppo alla gola, che è più gioia che tristezza, ve lo posso assicurare.
Non ne uscirebbe musica stasera, se mai fosse uscita, e ogni frase in più difficilmente racconterebbe e renderebbe merito oltre al poco che già ho detto e al tanto che non riesco a far uscire da questo sasso in gola, e quindi non dirò.
Quindi vi dedico un piccolo pacthwork fotografico, ingranditelo e riconosceveti, e scrivete la vostra storia a riguardo o formulate il vostro saluto.
E vi dedico anche un pezzo musicale molto vecchio, il cui contenuto poco centra con il tema, ma il cui significato è per me ciò che di più essenziale e profondo si potrebbe dire sul rapporto tra me, voi e santalucia124.
"THIS LAND IS YOUR LAND."
THIS HOME WAS YOUR HOME.
Grazie a tutti, di cuore, io e SL vi mandiamo l'ultimo abbraccio.
giovedì 21 ottobre 2010
LA STORIA DI PORCO \ 1
E come promesso, ecco a voi la prima storia di porco.
Scritta da Mita per il blog.
Aspettiamo ora anche le vostre storie di porco !!!

"C'era un volta...
un porco rosa confetto nato al di là del mediterraneo...
un porco che non aveva zampe da porco,
nato da mamma papera e papà porco...
un porco tutto rosa con zampe palmate...
un porco che non poteva muoversi...
un porco amico di galline, fenicotteri e libellule
ma delle sue zampe non sapeva proprio cosa farsene...
e cosi' mamma papera un giorno gli disse...
tu sei un porco speciale...ma devi trovare il modo per sfruttare le tue qualità...
e cosi' si rivolse alla sua amica gallina che con fare da capitano
infilo' gli occhiali rotti e tolse una penna dalla sua ala destra...
questo è il programma mio vecchio amico...
ti dovrai tuffare dallo scoglio di Banzat...
far roteare la coda e uno due uno due
muovere le tue zampe ridicole nell'acqua...
devi farlo con ritmo alternato come faceva gustavo,
quel deficiente di cane che ora mai non serve più a nulla...
nuota...nuota...lo scopo...trovare acque verdi e cristalline e recuperare il tesoro...
un porco in sardegna...è in serio pericolo...
porco rosa a questo punto aveva due paure...
la prima: il tuffo dallo scoglio
la seconda: essere fatto arrosto appena giunto a destinazione
..ma non aveva scelta!
capitan gallina e il suo staff stavano già costruendo per lui una carrucola
che da valle lo avrebbe portato direttamente sul cucuzzolo della montagna...
non poteva proprio ora tirarsi indietro, che figura avrebbe fatto...
e poi nella comunità era già diventato leggenda!
si sa... le voci girano e quando si parte dicendo porco si finisce per capire morto...
infatti tutti credevano che il fantasma del porco
dalle zampe palmate fosse tornato dall'al di là
per portare in salvo tutta la ciurma...
inoltre avrebbe trovato il tesoro e lo avrebbe distribuito equamente a tutto il popolo
con arco e frecce e calzamaglie verde pino.
"che immagine raccapricciante" disse topo, addetto al fissaggio di porco alla carrucola
"è meglio se sparisci...perchè io non ho nessuna intenzione di salvarti
da quelle quattro oche che ti corrono dietro
sperando di vederti di verde vestito! squit...."
e cosi' porco si ritrovo' legato come suo cugino salame a penzoloni ad almeno 200 metri di altezza...
e pensò: "mi scappa la pipì...l'ho appena fatta...perchè mi scappa la pipì...?
perchè ho la pelle come una spugnetta verde?
perchè non respiro? perchè ho freddo e adesso....
perchè sono tutto bagnato?..."
non si era fatto la pipì addosso porco...
era un signore lui...
semplicemente i prodi lo aveva lanciato in acqua...ed ora le parole di gallina erano assolutamente necesserie...
dal fondo del mare cominciò a roteare la coda...
sempre piu' forte sempre piu' veloce e si trovò catapultato come un siluro verso la luce
...ricoperto di bolle saliva, saliva, saliva... sentendo l'acqua sempre piu' leggera e finalmente....aria!...
porco adesso era in acqua...gustavo, gustavo, gustavoooo....
ok è facile è facile...uno due uno due...
porco stava facendo quello per cui era nato...finalmente stava nuotando...
ben presto avrebbe raggiunto un'altra terra...e di li a poco sarebbe rientrato a casa, vincitore!
Gli avrebbero dedicato un giorno all'anno solo per lui...
lo avrebbero trasportato per tutta la città sulla lettiga di re porco lanciandogli fiori rossi e mais...chicchi d'uva e qualche ghianda...
per ora...tanto freddo...molta fame...tanta acqua...
Lungo il tragitto acquatico porco fu molto fortunato.
incontrò gabbiano cieco e vecchio incapace di trattenere le sue prede nel becco...
ad un ritmo costante di uno ogni ora e mezza, faceva cadere fior di branzini proprio vicino al nostro amico palmato.
Diventò amico di delfino color salmone, anche lui figlio dell'amore ma non certo di nobili origini...
infatti la sua mamma proveniva da una specie di mammiferi molto in voga ai suoi tempi.
I genitori avevano riposto in lei il futuro della specie...
erano certi che avrebbero avuto nipoti spettacolari da prestare a pescatori e turisti..
ma quando mamma delfino si perse e sali' il fiume stretto, fece l'incontro della sua vita...
trota salmonata la piu' bella che avesse mai visto...sarebbe sicuramente stato il suo futuro compagno e cosi'...
all'amor non si resiste e nemmeno si comanda...nacque delfino salmone che fu subito bandito dalla comunità.
Delfino pero' aveva da subito trovato cosa fare: si divertiva a volteggiare nel mediterraneo cercando di aiutare incauti viaggiatori...
tra questi, porco che sotto la sua pinna ogni notte trovava riposo.
Un giorno incontrò medusa, un'antipatica e isterica che esordì dicendo a porco:
"non mi viene nemmeno in mente di appoggiare i miei splendidi filamenti su di te da quanto brutte sono le tue zampe!
dovresti proprio vergognarti...come fai a farti vedere scoperto e non ti metti un paio di calze...o di scarpe...qualcosa insomma...
che schifo!"
Porco pero' non si fece intimidire e seguendo gli insegnamenti di gallina continuò a nuotare...ci mise 7 giorni e 6 notti, mangio' branzini e qualche riccio venuto a galla per riscaldarsi gli aculei...
dormì felici notti tra le pinne di un delfino con il quale sapeva di avere molte cose in comune, e finalmente vide terra.
l'isola dei cavoli...sosto' per quasi un giorno intero, come una foca sulla spiaggia gialla prima di incontrare
tartaruga che gli indico' la via per "acque verdi e cristalline":
"stai attento brutto porco, dicono che ci siano delle cose strane in quel posto!..
ma un porco palmato cosa ne capisce! bha!"
Decise, nonostante questo misero incontro di lanciarsi nuovamente in acqua...
questa volta pero' fu molto facile ripartire...si accorse di essersi dimenticato di gustavo...
Costeggiò la costa dai colori dorati, vide alberi nati dall'acqua,
incontrò pesci meravigliosi, uccelli di ogni tipo...
Assaggiò acque dolci e salate insieme, annusò profumi mai sentiti...
e finalmente la vide. sotto di lui...
acqua verde e poi turchese e poi ancora verde ma piu' chiara e profumata...
una sabbia gialla e poi bianca e le sue zampe toccarono terra...
una terra soffice che lo fece sentire leggero come una piuma...
era arrivato e sicuramente il posto era quello giusto...
dopo un viaggio così complicato si aspettava almeno ci fosse un ristorante carino
dove poter azzittire la sua pancia, ma nulla...una terra colorata e silenziosa lo stava abbracciando...
cosi' porco si sedette su un tronco bianco latte, di quelli che vorresti mettere nel tuo salotto
e comincio' a pensare... -per quale motivo mi sono spostato da casa mia?...si è vero, non avevo amici a parte gallina che povera lei oramai non c'è piu' con la testa...stavo cosi' bene al calduccio fermo fermo nel mio letto...quella povera papera della mamma
mi preparava sempre la colazioni, il pranzo e la cena...ah! già il tesoro...forse devo cercare un tesoro? ma che tesoro e tesoro...poi devo anche pensare a come riportarlo indietro...oddio sono davvero in crisi...-
e cosi' mentre se ne stava seduto a rigirarsi il cervello che aveva tra le orecchie, vide passare gatto con la coda da castoro
che parlava animatamente con uccello con le zampe da cavallo...
"adesso me lo spieghi tu perchè devo essere sempre io a portare a giraffa il pranzo tutti i giorni?
mi sarà concesso anche a me un attimo di riposo?e poi devo anche preparare per la festa di stasera...insomma..."
e dalla stradina ricoperta di petali di rosa sbucò giraffa con la testa di coccodrillo che con fare al quanto sensuale
arrotolò la coda di castoro di gatto attorno alla sua dicendo: "su via gatto...te la prendi sempre...
ma sai anche che di me non potresti proprio farne a meno...smack!"
"eh no...eh no!!!!"
una voce acuta urlo' da in fondo la spiaggia...stava salendo signora elefante con il naso da mucca
"adesso proprio devi smetterla di fare la sciacquetta...ti sembra il modo di comportarsi?...
inammissibile per il decoro della città...e tu gatto smettila di fare il casca morto...e tu uccello sempre li a non fare niente di niente solo perchè sei alto e dici di non riuscire a raccogliere le bacche...muovetevi tutti!"
Elefante si giro' verso porco e gli urlò in faccia "anche tu...solo perchè sei appena arrivato non significa che non devi fare niente...
ci stanno aspettando!"
cosi' porco senza nemmeno fiatare seguì quella bizzarra compagnia...
non sapeva proprio cosa dire, ma si accorse ben presto che nessuna parola poteva uscire dalla sua gola...
di fronte a lui si aprì un mondo incredibile fatto di case rovesciate e fiori giganti
di alberi colorati e ruscelli d'oro...
Si accorse che tutti gli abitanti erano come lui...o meglio, speciali come lui...
c'era leonessa con le zampe di gallina, pappagallo con la proboscide, cammello con la testa di lupo,
cane non si capiva bene se era cane cane oppure se aveva le zampe di dromedario...
c'era cavallo con la testa di mucca, e porco con le zampe da papera...c'era...c'era...
porco con le zampe da papera?
“ma come...”sussultò porco”...un porco come me?...non ci posso credere?...io sono speciale me lo ha detto mamma papera...”
si avvicinò a colui che a tutti gli effetti sarebbe dovuto essere suo fratello...lo osservò perplesso e al quanto tubato e prese coraggio...
“salve mi chiamo porco e vengo da...da...da lontano...tu chi sei?”
porco palmato due si giro' verso porco e gli rispose...”senti bello...non me ne frega proprio niente da dove vieni tu...e non ti credere speciale solo perchè hai quelle ridicole zampe...cosa credi? Di avere qualcos....qualc...qua...” porco due sobbalzò e la sua birra cadde a terra formando una piccola pozzanghera proprio vicino alle zampe di porco...scoppio in una grassa risata seguita da un'incredibile sternuto...”oddio...ma che razza di zampe hai?”ma cosa te ne fai di un paio di zampe da papera?”...
porco rimase basito e al quanto perplesso e gli rispose un po' offeso...”con le mie zampe nuoto...perchè scusa con le tue cosa fai?...non mi sembra tu possa fare diversamente da me...”
“stai scerzando?...io tanto per comiciare non nuoto...i porci non nuotano...io con le mie zampe, cammino, corro e faccio esattamente tutto quello che c'è da fare...”
porco rimase per un attimo ad osservare porco due...
intanto aveva trovato suo fratello, o meglio un essere al mondo fatto come lui e poi aveva anche scoperto che poteva fare un sacco di cose con quelle zampe gialle...
porco due lo salutò con una pacca sulla spalla e gli disse
“porcellino rosa confetto...vieni a farti una birretta con me?...secondo me te la meriti e vedrai che dopo, tutto sarà piu' chiaro...e anche quello che cerchi ti accorgerai che non è così distante...”
passarono la notte tra balli e canti, suonate di mandolino e cibo a volontà. Ballò con volpe dalla testa d'aquila e si innamorò due volte...la prima di fenicottero-cane e la seconda di libellula-mosca...quest'ultima non fu proprio un vero amore...
la mattina dopo si risvegliò in un giaciglio morbido come quello di casa...aprì gli occhi e si ricordò tutto...
uscì dalla porta fatta di foglie che stava difronte a lui e quando la aprì si accorse che il tesoro eraproprio lì...un meraviglioso mondo fatto di esseri di tutte le specie...fatto di colori e profumi...
come faceva a portare tutto questo a gallina, gustavo, topo, papera e alle quattro oche che lo volevano in calzamaglia?
L'unico modo era nuotare...tuffarsi nel tuchese, nel verde e nel profondo blu del mediterraneo per poter avvertire tutti che un altro mondo esisteva al di là di quelle quattro mura di banzat...cosi' salutò le sue amanti, i suoi amici di bevuta e si tuffò...ma com'era ovvio e naturale per tutti coloro che lo stavano guardando, ogni girata di coda e battuta di zampa, ritornava sempre nello stesso posto di prima...
ed è per questo che ogni mattina verso le cinque e un quarto se andate a Capo Sferracavallo e appoggiate il binocolo al naso, puntate verso nord ovest, vedrete un puntino rosa confetto con a seguito una schiera di allievi che lo ascoltano...si perchè porco finalmente ha trovato come sfruttare la sua piu' grande qualità...insegna a nuotare tutti gli abitanti di quel giardino...chi a colpi di coda, chi di naso...chi muovendo ali o roteando la testa...
potreste vedere uccelli in stile libero, galline a far le rane e cavalli a dorso...
il tutto a turni di un'ora, per tre volte alla settimana dalle cinque e un quarto alle sei e quindici...per la modica cifra di un piatto di ghiande e una birretta...
affrettatevi perchè le iscrizioni stanno per chiudere.
the end!!!!! "
by mita
Scritta da Mita per il blog.
Aspettiamo ora anche le vostre storie di porco !!!

"C'era un volta...
un porco rosa confetto nato al di là del mediterraneo...
un porco che non aveva zampe da porco,
nato da mamma papera e papà porco...
un porco tutto rosa con zampe palmate...
un porco che non poteva muoversi...
un porco amico di galline, fenicotteri e libellule
ma delle sue zampe non sapeva proprio cosa farsene...
e cosi' mamma papera un giorno gli disse...
tu sei un porco speciale...ma devi trovare il modo per sfruttare le tue qualità...
e cosi' si rivolse alla sua amica gallina che con fare da capitano
infilo' gli occhiali rotti e tolse una penna dalla sua ala destra...
questo è il programma mio vecchio amico...
ti dovrai tuffare dallo scoglio di Banzat...
far roteare la coda e uno due uno due
muovere le tue zampe ridicole nell'acqua...
devi farlo con ritmo alternato come faceva gustavo,
quel deficiente di cane che ora mai non serve più a nulla...
nuota...nuota...lo scopo...trovare acque verdi e cristalline e recuperare il tesoro...
un porco in sardegna...è in serio pericolo...
porco rosa a questo punto aveva due paure...
la prima: il tuffo dallo scoglio
la seconda: essere fatto arrosto appena giunto a destinazione
..ma non aveva scelta!
capitan gallina e il suo staff stavano già costruendo per lui una carrucola
che da valle lo avrebbe portato direttamente sul cucuzzolo della montagna...
non poteva proprio ora tirarsi indietro, che figura avrebbe fatto...
e poi nella comunità era già diventato leggenda!
si sa... le voci girano e quando si parte dicendo porco si finisce per capire morto...
infatti tutti credevano che il fantasma del porco
dalle zampe palmate fosse tornato dall'al di là
per portare in salvo tutta la ciurma...
inoltre avrebbe trovato il tesoro e lo avrebbe distribuito equamente a tutto il popolo
con arco e frecce e calzamaglie verde pino.
"che immagine raccapricciante" disse topo, addetto al fissaggio di porco alla carrucola
"è meglio se sparisci...perchè io non ho nessuna intenzione di salvarti
da quelle quattro oche che ti corrono dietro
sperando di vederti di verde vestito! squit...."
e cosi' porco si ritrovo' legato come suo cugino salame a penzoloni ad almeno 200 metri di altezza...
e pensò: "mi scappa la pipì...l'ho appena fatta...perchè mi scappa la pipì...?
perchè ho la pelle come una spugnetta verde?
perchè non respiro? perchè ho freddo e adesso....
perchè sono tutto bagnato?..."
non si era fatto la pipì addosso porco...
era un signore lui...
semplicemente i prodi lo aveva lanciato in acqua...ed ora le parole di gallina erano assolutamente necesserie...
dal fondo del mare cominciò a roteare la coda...
sempre piu' forte sempre piu' veloce e si trovò catapultato come un siluro verso la luce
...ricoperto di bolle saliva, saliva, saliva... sentendo l'acqua sempre piu' leggera e finalmente....aria!...
porco adesso era in acqua...gustavo, gustavo, gustavoooo....
ok è facile è facile...uno due uno due...
porco stava facendo quello per cui era nato...finalmente stava nuotando...
ben presto avrebbe raggiunto un'altra terra...e di li a poco sarebbe rientrato a casa, vincitore!
Gli avrebbero dedicato un giorno all'anno solo per lui...
lo avrebbero trasportato per tutta la città sulla lettiga di re porco lanciandogli fiori rossi e mais...chicchi d'uva e qualche ghianda...
per ora...tanto freddo...molta fame...tanta acqua...
Lungo il tragitto acquatico porco fu molto fortunato.
incontrò gabbiano cieco e vecchio incapace di trattenere le sue prede nel becco...
ad un ritmo costante di uno ogni ora e mezza, faceva cadere fior di branzini proprio vicino al nostro amico palmato.
Diventò amico di delfino color salmone, anche lui figlio dell'amore ma non certo di nobili origini...
infatti la sua mamma proveniva da una specie di mammiferi molto in voga ai suoi tempi.
I genitori avevano riposto in lei il futuro della specie...
erano certi che avrebbero avuto nipoti spettacolari da prestare a pescatori e turisti..
ma quando mamma delfino si perse e sali' il fiume stretto, fece l'incontro della sua vita...
trota salmonata la piu' bella che avesse mai visto...sarebbe sicuramente stato il suo futuro compagno e cosi'...
all'amor non si resiste e nemmeno si comanda...nacque delfino salmone che fu subito bandito dalla comunità.
Delfino pero' aveva da subito trovato cosa fare: si divertiva a volteggiare nel mediterraneo cercando di aiutare incauti viaggiatori...
tra questi, porco che sotto la sua pinna ogni notte trovava riposo.
Un giorno incontrò medusa, un'antipatica e isterica che esordì dicendo a porco:
"non mi viene nemmeno in mente di appoggiare i miei splendidi filamenti su di te da quanto brutte sono le tue zampe!
dovresti proprio vergognarti...come fai a farti vedere scoperto e non ti metti un paio di calze...o di scarpe...qualcosa insomma...
che schifo!"
Porco pero' non si fece intimidire e seguendo gli insegnamenti di gallina continuò a nuotare...ci mise 7 giorni e 6 notti, mangio' branzini e qualche riccio venuto a galla per riscaldarsi gli aculei...
dormì felici notti tra le pinne di un delfino con il quale sapeva di avere molte cose in comune, e finalmente vide terra.
l'isola dei cavoli...sosto' per quasi un giorno intero, come una foca sulla spiaggia gialla prima di incontrare
tartaruga che gli indico' la via per "acque verdi e cristalline":
"stai attento brutto porco, dicono che ci siano delle cose strane in quel posto!..
ma un porco palmato cosa ne capisce! bha!"
Decise, nonostante questo misero incontro di lanciarsi nuovamente in acqua...
questa volta pero' fu molto facile ripartire...si accorse di essersi dimenticato di gustavo...
Costeggiò la costa dai colori dorati, vide alberi nati dall'acqua,
incontrò pesci meravigliosi, uccelli di ogni tipo...
Assaggiò acque dolci e salate insieme, annusò profumi mai sentiti...
e finalmente la vide. sotto di lui...
acqua verde e poi turchese e poi ancora verde ma piu' chiara e profumata...
una sabbia gialla e poi bianca e le sue zampe toccarono terra...
una terra soffice che lo fece sentire leggero come una piuma...
era arrivato e sicuramente il posto era quello giusto...
dopo un viaggio così complicato si aspettava almeno ci fosse un ristorante carino
dove poter azzittire la sua pancia, ma nulla...una terra colorata e silenziosa lo stava abbracciando...
cosi' porco si sedette su un tronco bianco latte, di quelli che vorresti mettere nel tuo salotto
e comincio' a pensare... -per quale motivo mi sono spostato da casa mia?...si è vero, non avevo amici a parte gallina che povera lei oramai non c'è piu' con la testa...stavo cosi' bene al calduccio fermo fermo nel mio letto...quella povera papera della mamma
mi preparava sempre la colazioni, il pranzo e la cena...ah! già il tesoro...forse devo cercare un tesoro? ma che tesoro e tesoro...poi devo anche pensare a come riportarlo indietro...oddio sono davvero in crisi...-
e cosi' mentre se ne stava seduto a rigirarsi il cervello che aveva tra le orecchie, vide passare gatto con la coda da castoro
che parlava animatamente con uccello con le zampe da cavallo...
"adesso me lo spieghi tu perchè devo essere sempre io a portare a giraffa il pranzo tutti i giorni?
mi sarà concesso anche a me un attimo di riposo?e poi devo anche preparare per la festa di stasera...insomma..."
e dalla stradina ricoperta di petali di rosa sbucò giraffa con la testa di coccodrillo che con fare al quanto sensuale
arrotolò la coda di castoro di gatto attorno alla sua dicendo: "su via gatto...te la prendi sempre...
ma sai anche che di me non potresti proprio farne a meno...smack!"
"eh no...eh no!!!!"
una voce acuta urlo' da in fondo la spiaggia...stava salendo signora elefante con il naso da mucca
"adesso proprio devi smetterla di fare la sciacquetta...ti sembra il modo di comportarsi?...
inammissibile per il decoro della città...e tu gatto smettila di fare il casca morto...e tu uccello sempre li a non fare niente di niente solo perchè sei alto e dici di non riuscire a raccogliere le bacche...muovetevi tutti!"
Elefante si giro' verso porco e gli urlò in faccia "anche tu...solo perchè sei appena arrivato non significa che non devi fare niente...
ci stanno aspettando!"
cosi' porco senza nemmeno fiatare seguì quella bizzarra compagnia...
non sapeva proprio cosa dire, ma si accorse ben presto che nessuna parola poteva uscire dalla sua gola...
di fronte a lui si aprì un mondo incredibile fatto di case rovesciate e fiori giganti
di alberi colorati e ruscelli d'oro...
Si accorse che tutti gli abitanti erano come lui...o meglio, speciali come lui...
c'era leonessa con le zampe di gallina, pappagallo con la proboscide, cammello con la testa di lupo,
cane non si capiva bene se era cane cane oppure se aveva le zampe di dromedario...
c'era cavallo con la testa di mucca, e porco con le zampe da papera...c'era...c'era...
porco con le zampe da papera?
“ma come...”sussultò porco”...un porco come me?...non ci posso credere?...io sono speciale me lo ha detto mamma papera...”
si avvicinò a colui che a tutti gli effetti sarebbe dovuto essere suo fratello...lo osservò perplesso e al quanto tubato e prese coraggio...
“salve mi chiamo porco e vengo da...da...da lontano...tu chi sei?”
porco palmato due si giro' verso porco e gli rispose...”senti bello...non me ne frega proprio niente da dove vieni tu...e non ti credere speciale solo perchè hai quelle ridicole zampe...cosa credi? Di avere qualcos....qualc...qua...” porco due sobbalzò e la sua birra cadde a terra formando una piccola pozzanghera proprio vicino alle zampe di porco...scoppio in una grassa risata seguita da un'incredibile sternuto...”oddio...ma che razza di zampe hai?”ma cosa te ne fai di un paio di zampe da papera?”...
porco rimase basito e al quanto perplesso e gli rispose un po' offeso...”con le mie zampe nuoto...perchè scusa con le tue cosa fai?...non mi sembra tu possa fare diversamente da me...”
“stai scerzando?...io tanto per comiciare non nuoto...i porci non nuotano...io con le mie zampe, cammino, corro e faccio esattamente tutto quello che c'è da fare...”
porco rimase per un attimo ad osservare porco due...
intanto aveva trovato suo fratello, o meglio un essere al mondo fatto come lui e poi aveva anche scoperto che poteva fare un sacco di cose con quelle zampe gialle...
porco due lo salutò con una pacca sulla spalla e gli disse
“porcellino rosa confetto...vieni a farti una birretta con me?...secondo me te la meriti e vedrai che dopo, tutto sarà piu' chiaro...e anche quello che cerchi ti accorgerai che non è così distante...”
passarono la notte tra balli e canti, suonate di mandolino e cibo a volontà. Ballò con volpe dalla testa d'aquila e si innamorò due volte...la prima di fenicottero-cane e la seconda di libellula-mosca...quest'ultima non fu proprio un vero amore...
la mattina dopo si risvegliò in un giaciglio morbido come quello di casa...aprì gli occhi e si ricordò tutto...
uscì dalla porta fatta di foglie che stava difronte a lui e quando la aprì si accorse che il tesoro eraproprio lì...un meraviglioso mondo fatto di esseri di tutte le specie...fatto di colori e profumi...
come faceva a portare tutto questo a gallina, gustavo, topo, papera e alle quattro oche che lo volevano in calzamaglia?
L'unico modo era nuotare...tuffarsi nel tuchese, nel verde e nel profondo blu del mediterraneo per poter avvertire tutti che un altro mondo esisteva al di là di quelle quattro mura di banzat...cosi' salutò le sue amanti, i suoi amici di bevuta e si tuffò...ma com'era ovvio e naturale per tutti coloro che lo stavano guardando, ogni girata di coda e battuta di zampa, ritornava sempre nello stesso posto di prima...
ed è per questo che ogni mattina verso le cinque e un quarto se andate a Capo Sferracavallo e appoggiate il binocolo al naso, puntate verso nord ovest, vedrete un puntino rosa confetto con a seguito una schiera di allievi che lo ascoltano...si perchè porco finalmente ha trovato come sfruttare la sua piu' grande qualità...insegna a nuotare tutti gli abitanti di quel giardino...chi a colpi di coda, chi di naso...chi muovendo ali o roteando la testa...
potreste vedere uccelli in stile libero, galline a far le rane e cavalli a dorso...
il tutto a turni di un'ora, per tre volte alla settimana dalle cinque e un quarto alle sei e quindici...per la modica cifra di un piatto di ghiande e una birretta...
affrettatevi perchè le iscrizioni stanno per chiudere.
the end!!!!! "
by mita
lunedì 18 ottobre 2010
UN ANNO DI BLOG
Bhè, anche se con qualche giorno di ritardo, sono lieto di fare gli auguri al blog !
E' già trascorso un anno, e sembra ieri che siam partiti con questa piccola avventura.
Ne sono successe di cose quest'anno, a me, a marco che si è nascosto chissà dove, a voi che avete letto sornioni o attenti chi lo sà, ai vostri pochi ma a volte intensi commenti.
Si è raccontata qualche storia, data qualche notizia, ricordato qulche momento, sbirciato dentro l'anima di qualcuno, ascoltato parecchie canzoni, riso poco ma intensamente sopra qualche video o citazione, magari pianto a volte, io si almeno, non lo nego.
Devo dirvi, che seppur con incoerenza ed incostanza, a me quest'esperienza piace.
E mi riferisco soprattutto al Condividere. Al Comunicare. Allo Scrivere.
E un pò come avere uno di quei vecchi diari coloratissimi delle medie, pieno di appunti, di sogni, d sfoghi, e non tenerlo segreto e per sè, ma condividerlo con voi, con chi vuole ascoltare.
E questo mi insegna a non tenere sempre tutto per se, a non esser 'tignoso', troppo riservato, geloso di sentimenti e valori, Egoista.
In un libro di Baricco di cui non ricordo il titolo, una volta lessi questa frase, con la quale oggi voglio augurare buona continuazione e buoni post a questo blog:
"..Non sei fregato veramente finchè hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla.."
Buon Compleanno, NON POSSO RIPOSARE
E' già trascorso un anno, e sembra ieri che siam partiti con questa piccola avventura.
Ne sono successe di cose quest'anno, a me, a marco che si è nascosto chissà dove, a voi che avete letto sornioni o attenti chi lo sà, ai vostri pochi ma a volte intensi commenti.
Si è raccontata qualche storia, data qualche notizia, ricordato qulche momento, sbirciato dentro l'anima di qualcuno, ascoltato parecchie canzoni, riso poco ma intensamente sopra qualche video o citazione, magari pianto a volte, io si almeno, non lo nego.
Devo dirvi, che seppur con incoerenza ed incostanza, a me quest'esperienza piace.
E mi riferisco soprattutto al Condividere. Al Comunicare. Allo Scrivere.
E un pò come avere uno di quei vecchi diari coloratissimi delle medie, pieno di appunti, di sogni, d sfoghi, e non tenerlo segreto e per sè, ma condividerlo con voi, con chi vuole ascoltare.
E questo mi insegna a non tenere sempre tutto per se, a non esser 'tignoso', troppo riservato, geloso di sentimenti e valori, Egoista.
In un libro di Baricco di cui non ricordo il titolo, una volta lessi questa frase, con la quale oggi voglio augurare buona continuazione e buoni post a questo blog:
"..Non sei fregato veramente finchè hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla.."
Buon Compleanno, NON POSSO RIPOSARE
giovedì 14 ottobre 2010
LA STORIA DI PORCO
Ci sono storie che erano sogni, e sogni che diventano storie.
Ci sono animali che ci abitano, dentro, in profondità, e noi nemmeno lo sappiamo.
Ci sono momenti che tutto sembra trovare una uscita, o un ingresso.
Porco non sa ancora se è sogno o realtà, fiaba o fiction, oggetto inanimato o essere vivente.
Però qualcuno l'ha avvistato poco tempo fà, che nuotava beato al largo di Capo Sferracavallo.
E questo qualcuno mi ha raccontato tutta la sua storia...
La volete conoscere la storia di Porco ?

TO BE CONTINUED..
"..vivere non è difficile,
potendo poi rinascere
cambierei molte cose
un pò di leggerezza, e di stupidità.."
FB
Ci sono animali che ci abitano, dentro, in profondità, e noi nemmeno lo sappiamo.
Ci sono momenti che tutto sembra trovare una uscita, o un ingresso.
Porco non sa ancora se è sogno o realtà, fiaba o fiction, oggetto inanimato o essere vivente.
Però qualcuno l'ha avvistato poco tempo fà, che nuotava beato al largo di Capo Sferracavallo.
E questo qualcuno mi ha raccontato tutta la sua storia...
La volete conoscere la storia di Porco ?

TO BE CONTINUED..
"..vivere non è difficile,
potendo poi rinascere
cambierei molte cose
un pò di leggerezza, e di stupidità.."
FB
lunedì 11 ottobre 2010
ADDIO SL\1 _ SALUTO TAVOLO

Iniziano i Saluti e gli Addi a Santa Lucia. La lascio dopo 4 lunghissimi ma brevissimi anni.
Mancano 21 giorni , non a caso, e per primo omaggerò e saluterò e ricorderò Tavolo.
Sarà il primo ad esser salutato e il primo a lasciare casa, domattina, alle prime luci del giorno.
Tavolo è stato in tutto e per tutto il mio bastone di questi 4 anni. A lui mi sono appoggiato nei più svariati momenti, per mangiare o per lavorare, per scrivere o fare il pane, per giocare le carte o fare l'amore, per scaricare una borsa di spesa od offrire un aperitivo, per ascoltare un amico o farmi ascoltare da un amico, per tagliare un pezzo di plastico per la tesi o battere un pugno pesante di rabbia, per piangere una lacrima o versarmi l'ultimo bicchiere di vino dal bottiglione, e sgolarlo con sete.
Tavolo è stato la mia donna silenziosa, l'amico fidato, il familiare disponibile. Tavolo è materia che sorregge, lui che è sorretto da poco, una gamba leggera e tre viti sul muro, esile. Esile come il bastone di un vecchio pastore di montagna, saggio, schivo. Ma presente. Bastone.
Tavolo mi conosce, ha visto penso qualsiasi mia faccia, qualsiasi mio sorriso, qualsiasi mia lacrima. Più di Muro, più di Letto o Divano, più di Cucina, Tavolo mi ha toccato, ha stabilito quel rapporto di tatto che difficilmente si ha con altre parti di Casa. Ed è per quello che mi conosce così bene. Tavolo conosce le mie storie, vere sognate o inventate, e sarà anche per omaggiarlo che tra non molto ve ne racconterò qualcuna, di quelle storie.
Tavolo parte con me, mi anticipa giusto di qualche settimana per rifarsi il look (una bella piallata, una verniciata a poro aperto, e delle gambe nuove e adeguate al prossimo uso), e poi ci ritroveremo in nuove stanze, tra nuovi colori, profumi di nuovo, nuove storie da sorreggere e poi raccontare. Però io so che Tavolo piange silenzioso stasera, perchè si era affezionato anche lui a questa maledettissima Santa Lucia 124, e ogni addio è una sofferenza, sopratutto se sei cosa viva, e il legno si sa, vive.
L'ultima cosa che farò sopra Tavolo domattina sarà prendere un caffè bollente, ascoltando un pezzo di Battisti, dopo che oggi ne ho ridisegnato la sorte e l'aspetto , e dopo che ora ne sto scrivendo una piccola lode.
Però stasera lo lascio solo, con un bicchiere di vino scuro sopra, a Tavolo, come si faceva quando si era piccoli la sera che doveva passare la Befana o Babbo Natale, gli lascio un bicchiere di vino scuro perchè possa consolare e asciugare la sua ultima lacrima di saluto, bevendo un sorso, e addormentandosi un' ultima volta serenamente, a Santa Lucia.
Ciao, Tavolo, amico mio. A presto.
martedì 5 ottobre 2010
VIAGGIARE. IO. FOGLIA.
Ci sono cose, che faccio, che mi trovo tra le braccia, che cerco, che mi inseguono, che accadono, che mi parlano. Che mi accarezzano l'inquietudine e mi confortano indicandomi senza parole e senza fatica una strada. Perchè io non ne so scegliere Una, di strada, e allora accade spesso che mi ci ritrovo per caso, in Una strada, e lei mi insegna che tanto per caso non era.
Inizio a trovare nelle mie fotografie persone sfuocate, in movimento, in contrasto con la nitidezza dell'ambiente circostante. Inizio a fotografare spesso Contrasti, luci ed ombre. Dubbio e certezza. Passione e insensibilità. Mi sembra di trovare la direzione grazie allo studio e alla comprensione degli opposti.
Torno in certi luoghi, torno in certe persone, torno in certi pensieri, torno in certe emozioni, torno in certi dolori, non torno in certe sofferenze, torno in certe abitudini, torno. Torno perchè sono spinto da un vento che non conosco, che mi giugne alle spalle senza avviso, che sa di potermi trascinare un pò e farmi svolazzare (perchè qui non si parla ancora di volare, sia chiaro, quella è altra e alta cosa), che mi porta in strade conosciute e sconosciute.
Il vento sa. Conosce. Mi conosce meglio di quanto Io mi conosca. Il vento gioca con me perchè io sono foglia, secondo lui, e prova pure a farmelo capire. Riuscendoci, in parte. Io sono foglia, e ho bisogno di vento. Ho radici forti, fatte di persone luoghi ed idee, ho rami che mi sostengono ma non mi trattengono, e a seconda delle stagioni mi concedono o meno all'aria.
Sto imparando a credere, a rispettare, a stimare, a voler bene alle mie radici e ai miei rami. Non le voglio cambiare, mi piacciono così. Io, pare, ho la fortuna di essere foglia. Ho la fortuna di essere leggera ma fragile. Ho la fortuna di salutare fratello ramo per intraprendere un altro volo.
E in volo magari vedere sfumature di una Stoccolma che non conoscevo, scoprire che camminare a fianco del mar baltico con addosso una magnifica luce tardopomeridiana provoca emozioni fortissime, capire che tanti nel mondo hanno occhi belli ma pochi sanno farli parlare, riconsiderare ogni volta la profondità di una amicizia che provoca con leggerezza e sapienza, ricordare colori e profumi e sapori delle amate terre mediterranee, acquistare una lampada di design anni '60 che rapisce gusti preparati ed estrosi, improvvisare saluti e chiaccherate fugaci ed intense, svolazzare tra una fermata di metro una birra un brunello 99 una oceano mare un libro uno sguardo un volo un pensiero un ricordo un buio una luce. Foglia.
Ho la fortuna di cadere, dopo il 'volo'. Cado. Mi appoggio ad un suolo, solido o liquido che sia, cesso di stare in aria, marcisco, divento concime, fertile, vita per le radici, le mie radici, che si nutrono di me, e crescono altri rami, e fanno nascere altre foglie, e mi fanno riscrescere. Foglia. Pronta a cambiare colore ed umore a seconda delle stagioni, pronta a tornare a essere oggetto di gioco di padre vento. Pronta ancora a spezzare il picciolo e svolazzare. Anzi, pronta a viaggiare.



mercoledì 29 settembre 2010
venerdì 24 settembre 2010
MEMORIE SARDE/2. RICOSTRUZIONE DI TRE ATTIMI.

Adoro, certe volte, ricostruire attimi. Già vissuti.
Ho acceso una candela, poi la luce fioca della libreria. Siedo al mio tavolo, il bicchiere contiene della grappa appena versata. Definirei la mia postura indiscutibilmente svaccata, non porto indumenti sul torso. La finestra della sala è aperta, ma non entrano rumori. Solo una leggerissima brezza ormai fresca, ma non troppo.
Ricostruisco mentalmente un attimo, un mese fa, Sant'Antioco. Mi tornano in mente tre sensazioni, memorie, il cui tempo però, permane.
Uno. Un auto, blu per chi conosce, marrone di polvere per chi vede, viaggia lenta al sole tardomattutino a Sant'Antioco. Lenta. Cerca. Dai finestrini ribassati qualche nota permette ad un passante di percepire e riconoscere un pezzo di Franco Battiato. L'attenzione va tutta sul testo; non vede, costui, ne guidatore, ne passeggero.
Due. Ragazzi, in costume, senza quel sole addosso che nuoce. Pomeriggio pieno, un paio di nuvole che non negano all'acqua di cala di CalaGrotta l'unicità di un verde smeraldo macchiato di blu oceano. Un tuffo. Due tuffi, Tre tuffi. Un altro tuffo, il mio. Roccia grigia coma quinta teatrale, apnea di superficie, paura che svanisce in un attimo. Sospensione. Poi, pluff.
Tre. E' tardi, non c'è luna, del pesce fresco cucina all'acqua pazza sopra un fornello di fortuna. Profumo, dilaga nel silenzio e nella semplicità. C'è qualcosa però che non quadra, troppa acqua. Non bolle, cazzo, rischia di lessare. Ve la immaginate una vita lessata ? Morbida, all'inverosimile, chiara, tenera, lunga, affogata senza grida nell'acqua pazza. Lessa. Ve la immaginate ?
mercoledì 22 settembre 2010
martedì 21 settembre 2010
SONO ESAUSTO.
Sopra il mio tavolo-scrivania-scrittoio sono adagiati casualmente: un paio d'occhiali da riposo, un pennarello blu, due book di viaggio, un'agenda, una guida della svezia, una macchina fotografica, un mouse che non sto usando, un tappetino per mouse, un bicchiere maledettamente già vuoto, un caricabatteria da pc, un hardisk esterno, un cucchiaino da zucchero (ancora dal caffè di stamattina), un cellulare, una brochure dii hammarbysjostad, una custodia per macchina fotografica, un foglio appuntato con lunghissimo elenco di cose da fare, una memory card, un secondo bicchiere con un residuo d'acqua, un mazzo di chiavi d'auto, due bottigliette 0.33 vuote di birra pedavena, due fogli con appunti per un book, una borsa di tela rigonfia di carte e depliant, due pacchi di fotografie a colori delle ferie in sardegna, una fattura da pagare della Edison, un libretto sulla biblioteca municipale di Asplund a stoccolma, una matita 'ovvio' senza punta, un metro da cantiere in legno.
Ora voi provate a trovare il filo conduttore tra tutti questi oggetti: non sarà difficile trovarne o inventarne uno, ma il risultato magari non sarà ne realtà ne verità e magari verrà classificato come sogno o racconto o finzione.
Una realtà invece sotto c'è, e pure una verità: lavori diurni, lavori notturni, book, pratiche, appunti, appuntamenti, orari a volte flessibilissimi a volte ferrei, desiderio di ritagliare momenti, caffè doppi e lunghi per svegliarsi, birre che dissetano fatiche sportive, acquisti della domenica pomeriggio, ristrutturazioni d'appartementi che richiedono scelte carte documenti schei ragione, vista che t'abbandona, computer non spento da giorni a cui è concesso solo il lusso dello stand-by, viaggi alle porte, fotografie di momenti in purezza e sintonia tra le pietre feltrinesi, auto che riposano in corte, archivi pronti all'uso, ricordi di una estate, scelte, fretta, ansia, ritmo, futuro?, stanchezza.
Stanchezza da moltitudine. Stanchezza da troppo. Stanchezza da scadenze. Stanchezza.
Sono esausto, in soli venti giorni ho completamente perso quel ritmo quei valori quella salute quegli obiettivi quella serentità che avevo riguadagnato dalla vita dopo un mese di sardegna.
E tutto questo comporta pure rinuncia ad un aperitivo con un amico, ad un libro aperto sul comodino, all'ascolto di un disco tutto filato, ad una cena con di fronte un paio d'occhi verdi, ad una bottiglia bevuta con calma, ad una poesia lasciata fluire e scorrere tra testa dita e penna, ad una chiaccherata serena con un compagno, ad una scelta ragionata con calma, al piacere di ricordare. Ad. Al. A.
Sono esausto, e chiedo perdono a tutti coloro che magari mi leggono distrattamente sperando di capirci qualcosa di più sul cappe che torna dalle vacanze e non si fa più sentire, sul cappe che snobba un invito, sul cappe che ritarda o rimanda un appuntamento, sul cappe che si dimentica di quella cosa importantissima per te, sul cappe che si addormenta nel divano di una amico che non vede da giorni, sul cappe che non urla e non regala adrenalina e sorrisi nel parquet, sul cappe che glissa, scappa, si nasconde, tace, scompare, si dilegua, schiva, illude, chiude, siede. Sempre con quel cervello altrove.
Sono esausto e chiedo perdono, una volta sola, senza la pretesa che capiate tutto e senza dovermi giustificare con tutti sui perchè. E pure senza coerenza, perchè ad un certo punto chi cazzo se ne frega della coerenza.
Sono esausto, e scrivo. Scrivo DA esausto. E stasera scrivo per me sopratutto, non me ne vogliate. Scrivo per togliere un pò di tutta questa stanchezza che mi sta solidamente addosso. Appiccicata. Scrivo perchè così mi alleggerisco un poco, e domattina riuscirò ad alzarmi e ripartire.
Sempre che non mi prenda la notte, ed il sogno.
Sono esausto.
Ora voi provate a trovare il filo conduttore tra tutti questi oggetti: non sarà difficile trovarne o inventarne uno, ma il risultato magari non sarà ne realtà ne verità e magari verrà classificato come sogno o racconto o finzione.
Una realtà invece sotto c'è, e pure una verità: lavori diurni, lavori notturni, book, pratiche, appunti, appuntamenti, orari a volte flessibilissimi a volte ferrei, desiderio di ritagliare momenti, caffè doppi e lunghi per svegliarsi, birre che dissetano fatiche sportive, acquisti della domenica pomeriggio, ristrutturazioni d'appartementi che richiedono scelte carte documenti schei ragione, vista che t'abbandona, computer non spento da giorni a cui è concesso solo il lusso dello stand-by, viaggi alle porte, fotografie di momenti in purezza e sintonia tra le pietre feltrinesi, auto che riposano in corte, archivi pronti all'uso, ricordi di una estate, scelte, fretta, ansia, ritmo, futuro?, stanchezza.
Stanchezza da moltitudine. Stanchezza da troppo. Stanchezza da scadenze. Stanchezza.
Sono esausto, in soli venti giorni ho completamente perso quel ritmo quei valori quella salute quegli obiettivi quella serentità che avevo riguadagnato dalla vita dopo un mese di sardegna.
E tutto questo comporta pure rinuncia ad un aperitivo con un amico, ad un libro aperto sul comodino, all'ascolto di un disco tutto filato, ad una cena con di fronte un paio d'occhi verdi, ad una bottiglia bevuta con calma, ad una poesia lasciata fluire e scorrere tra testa dita e penna, ad una chiaccherata serena con un compagno, ad una scelta ragionata con calma, al piacere di ricordare. Ad. Al. A.
Sono esausto, e chiedo perdono a tutti coloro che magari mi leggono distrattamente sperando di capirci qualcosa di più sul cappe che torna dalle vacanze e non si fa più sentire, sul cappe che snobba un invito, sul cappe che ritarda o rimanda un appuntamento, sul cappe che si dimentica di quella cosa importantissima per te, sul cappe che si addormenta nel divano di una amico che non vede da giorni, sul cappe che non urla e non regala adrenalina e sorrisi nel parquet, sul cappe che glissa, scappa, si nasconde, tace, scompare, si dilegua, schiva, illude, chiude, siede. Sempre con quel cervello altrove.
Sono esausto e chiedo perdono, una volta sola, senza la pretesa che capiate tutto e senza dovermi giustificare con tutti sui perchè. E pure senza coerenza, perchè ad un certo punto chi cazzo se ne frega della coerenza.
Sono esausto, e scrivo. Scrivo DA esausto. E stasera scrivo per me sopratutto, non me ne vogliate. Scrivo per togliere un pò di tutta questa stanchezza che mi sta solidamente addosso. Appiccicata. Scrivo perchè così mi alleggerisco un poco, e domattina riuscirò ad alzarmi e ripartire.
Sempre che non mi prenda la notte, ed il sogno.
Sono esausto.
martedì 14 settembre 2010
DI RADICI, DI APPARTENENZE E ALTRE STORIE

Radice non è solo la scatolina in legno dei ricordi che nascondi nell'angolo più remoto della tua stanza, al riparo dall'ennesimo spasimante curioso.
Appartenenza non è solo il tuo paese natale, il numero di telefono di casa del tuo fidato amico d'infanzia che abita sempre là, non è la battuta sempre uguale di tuo padre quando gli dici che parti per un'altro viaggio.
Futuro non è solo una data che leggi nel calendario da tavolo della tua scrivania, non è solo un biglietto d'aereo prenotato tra due mesi, non è neanche solo il pancione di tua cugina che cresce di mese in mese.
Radice è un serpente di legno di pero che penetra la terra, e s'aggrappa a qualche pietra, e dona tutta la sua energia ai primi sconosciuti che lo abbracciano.
Appartenenza è corpo disteso che riposa e s'abbandona a domande consuete, fatte da voci che ti sembra di non conoscere, ma forse conosci da sempre.
Futuro è bacino che si muove timido e forte sopra un pezzo di cuoio, muscoli al galoppo su colline che iniziano a cambiar colore per accogliere l'autunno, vento in faccia.
Radice è un tavolo al sole, imbandito a festa, cibo e buon vino, sorrisi progetti incertezze, occhi nuovi, famiglia.
Appartenenza sono quattro coperte e dodici corpi, naso all'insù, un cielo di stelle, protetti da uno scrittore, osservati da quintali silenziosi di carne ignara del certo macello.
Futuro è una passegiata nei colli, una pasta al radicchio, una marmellata con le coccinelle, obiettivi che sparano, una voce che canta tra vecchi atrezzi contadini, un mirto ghiacciato, un caffè lungo, un sole che scalda, un viaggio di ritorno in prima corsia, una confidenza prematura ma pura, un aperitivo notturno, un abbraccio, una promessa, un saluto, un viaggio.
E' strano a volte trovare radici, trovare appartenenza, trovare storie, quando non le stai cercando. Grazie Roberto. Grazie Enrico. Grazie Ilaria. Grazie Riccardo. Grazie Stefanos. Grazie Valentina. Grazie Elisa. Grazie Stefano. Grazie Ilaria. Grazie Devid. Grazie Nino. Grazie Pepe. Grazie Sandro. Grazie Dante.
sabato 11 settembre 2010
RIMANE
Rimane dolcezza. Dolcezza di quiete, da moto, lento, viaggio.
Rimane profumo. Profumo di macchia, ginepro, corbezzolo, timo, rosmarino, mirto.
Rimane pelle. Pelle sotto altra pelle, evaporata per grazia di sole e di vento.
Rimane immagine. O immagini, colori, che veloci si rincorrono sotto sguardi diurni di occhi bruciati dal sole.
Rimane sapore. Sapore di pane sottile sottile, per resistere al tempo e donare fragranza al pastore.
Rimangono calli. Calli su mani e su piedi,e verruche, prezzo di un mese sbadato ma puro.
Rimane terra. Terra che non si decide ad abbandonare l'antro di pelle di un tallone che per giorni ha fatto l'amore col suolo, nudo.
Rimane odore. Odore acre di vestiti non ancora lavati, che risale narici, e porta in dono ricordi.
Rimane dispensa. Dispensa ricca e poco costosa, certificazione pretenziosa di tipicità assunta.
Rimane stanchezza. Stanchezza morale per una terra madre che solo raramente si dichiara radice.
Rimane dubbio. Dubbi. Dubbi su scelte importanti, attuali, anticipi.
Rimane abitudine. Abitudini: caffè doppio il mattino, una birra a pranzo, la bottiglia di sera, il sonno che ti coglie all'inprommuso.
Rimane imbarazzo. Imbarazzo per ansie e volti e dinamiche e perchè.
Rimane buio. Buio di pelle, la pancia, crociata contro razzismi e diversità. Inno alla fratellanza, seppur fittizia.
Rimane una casa. Casa o rifugio ? Immobile. Immutata. Che non sente il tempo, non conosce gelosia, e ti accoglie, in silenzio, ti coccola.
Rimane parola. Parole. Scritte. E non scritte. In attesa, nel macero dello stomaco e dei ricordi.
Rimane sardegna. Isola, antica.
Rimane marco, semplice, vivo e fragile.
Rimango io, foglia.
Rimane vento. Vento in faccia. Alzo le braccia. Pronto a ricevere il sole.
Anima in pace. Quando tutto tace.
Rimane profumo. Profumo di macchia, ginepro, corbezzolo, timo, rosmarino, mirto.
Rimane pelle. Pelle sotto altra pelle, evaporata per grazia di sole e di vento.
Rimane immagine. O immagini, colori, che veloci si rincorrono sotto sguardi diurni di occhi bruciati dal sole.
Rimane sapore. Sapore di pane sottile sottile, per resistere al tempo e donare fragranza al pastore.
Rimangono calli. Calli su mani e su piedi,e verruche, prezzo di un mese sbadato ma puro.
Rimane terra. Terra che non si decide ad abbandonare l'antro di pelle di un tallone che per giorni ha fatto l'amore col suolo, nudo.
Rimane odore. Odore acre di vestiti non ancora lavati, che risale narici, e porta in dono ricordi.
Rimane dispensa. Dispensa ricca e poco costosa, certificazione pretenziosa di tipicità assunta.
Rimane stanchezza. Stanchezza morale per una terra madre che solo raramente si dichiara radice.
Rimane dubbio. Dubbi. Dubbi su scelte importanti, attuali, anticipi.
Rimane abitudine. Abitudini: caffè doppio il mattino, una birra a pranzo, la bottiglia di sera, il sonno che ti coglie all'inprommuso.
Rimane imbarazzo. Imbarazzo per ansie e volti e dinamiche e perchè.
Rimane buio. Buio di pelle, la pancia, crociata contro razzismi e diversità. Inno alla fratellanza, seppur fittizia.
Rimane una casa. Casa o rifugio ? Immobile. Immutata. Che non sente il tempo, non conosce gelosia, e ti accoglie, in silenzio, ti coccola.
Rimane parola. Parole. Scritte. E non scritte. In attesa, nel macero dello stomaco e dei ricordi.
Rimane sardegna. Isola, antica.
Rimane marco, semplice, vivo e fragile.
Rimango io, foglia.
Rimane vento. Vento in faccia. Alzo le braccia. Pronto a ricevere il sole.
Anima in pace. Quando tutto tace.
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