Saranno le prime due sere primaverili, saranno le ultime more sottospirito fatte in casa, sarà questa melodica radio inglese, sarà la prima chiaccherata serale seduto in terrazzo, sarà, ma queste sere ho voglia di scrivere. BumBum, 20 e 21, consecutivi, come i due goals di Cavani all'Udinese di domenica, BumBum, uno dopo l'altro, e poi chissà. Finirà in pareggio anche questa. Sboccerà ? Mah.
L'albicocco che io e nonno abbiamo potato dieci giorni fa è sbocciato. Ed è bellissimo.
Mi interrogo su questo processo, secondo me ha dell'incredibile. Quindici giorni fa, secchi, i rami. Mi veniva quasi voglia di tagliarli. Poi, d'un tratto, gemme, fiore, foglia. Colori che esplodono, velocemente. La velocità dello sbocciare, dura poco. Peccato.
Chi resiste alla fatica dell'inverno, al primo sole, sboccia, fiorisce, rinasce, esplode la sua energia. La potenza è contenuta nel gesto, e nel distacco fra, il prima e il dopo. Differenza.
Un fiore, una pianta, sboccia perchè quindici giorni prima stava a -4° e oggi a +21°. Uno svedese a maggio gira in bicicletta in maniche corte perchè poco tempo prima passegiava nel ghiaccio a bordo Malaren. Giulia sorride al sole perchè per 5 mesi ha sognato terra, mangiato terra, toccato terra, respirato terra. Noi non sbocciamo perchè abbiamo abitato appartamenti a 23° portando maglioni di lana, abbiamo bevuto grappe di casa, ci siamo lavati con soffioni d'acqua bollente e i nostri piedi si sono nascosti entro timberland progettate per l'antartico. Differenze.
Sbocciare è un percorso naturale di crescita ed evoluzione. Noi ci stiamo allontando troppo da ciò che è naturale ed insito in noi. Finiremo secchi anche a primavera, derisi dal prugno, coglionati da una scena di un film nordico, superati da una tartaruga, raccontati da un programma automatico sul web.
Sbocceremo ? o Sboccheremo ?
mercoledì 21 marzo 2012
martedì 20 marzo 2012
PENSANDO SOTT'ACQUA
http://grooveshark.com/s/Let+Words+Help+Pictures/269n1q?src=5
La bottiglia al suo fianco ha vita breve, non conoscerà la luce di un nuovo giorno. La radio che ascolta senza concentrazione lo porta lontano. Non ci sono parole, almeno lì, solo note. Le dita sporche ancora di terra. Non gli è bastato lavarsi con il bruschetto dopo quella maglietta sudata a smuovere, vangare, concimare. Ha cenato con un risotto semplice, cucinato dal suo fidato compagno.
Mezza cipolla mezza patata un quarto d'aglio un pizzico di rosmarino essicato e sbriciolato olio buono, umbro di montefalco, di broccolo fiolaro un cuore appena riso varetà carnaroli brodo fatto col proprio dado un pizzico di pepe e mantecatura al parmigiano. La fasi di cottura e preparazione non me le ha volute raccontare.
Rigore e lentezza, a combattere il 'casin'. Come quando pensa sott'acqua, nuotando. Esercizio iterato. Sfogo dei nervi. Massaggio fisico-morale e liberazione totale della creatività. Nuotare, sott'acqua, lo fa Pensare.
E' alle porte la sua prima primavera da trentenne. A trentanni, mi dice, non è un cazzo facile. Almeno qui, tra l'aperto della pianura più inquinata d'europa e il chiuso di uffici e fabbriche che a malapena riescono a farci soppravvivere. Costruire, quella è un altra storia. Abita altri luoghi, altre persone, altre età, altre speranze. 'Casin'.
Mi parla lentamente stasera. Racconta del libro incredibile che sta leggendo, del libro che vorrebbe scrivere e della complessità dello sbrigare prima l'intreccio della matassa. Racconta dei suoi troppi desideri. Vacanze di mare e spirito. Progetti di lavoro e gioia. Ricorda gli ultimi attimi prima che Toby lasciasse questa vita terrena, il suo ultimo ansimo vissuto e respirato naso a naso. Non un cane ma un fratello per 14 anni. Mi racconta di un paradiso fatto di pane ossi e sassi. Gli scende una lacrima. E' allergia, mi dice. Percepisco per la prima volta la sua energia immensa non ancora sprigionata. L'energia è liquida. E' lacrima, acqua, vino, sudore.
'Casin', continua a ripetere. Vuole tornare a nuotare, a pensare sott'acqua. Mi elenca una serie di titoli, gli piace dare un nome anche ai progetti non iniziati e non sviluppati. Confusione. Incipit. Re-posa. Unghie sporche. Masturbazione e vino. Braci. Cucinando. Polveri sottili. Altrove. Lo fermo. Non capisco, neppure io, che pure gli sono affianco.
Il tempo è poco, e lo sfruttiamo, spesso, male. Il mio tempo con lui non durerà in eterno. Forse fra pochi istanti deciderà davvero di tornare a nuotare. Vorrei fargli troppe domande, capire troppe cose. Ho poco, pochissimo tempo. E forse lui contiene universi, e io non conosco le strade per arrivarci.
D'un tratto, si desta, si volta, assorto. 'Ti racconto una cosa', mi dice.
'C'è un treno. C'è un finestrino di un treno. C'è un paesaggio normale al di fuori, normale. C'è una ragazzina. Ci sono un paio di scarpe sportive basse, quasi senza suola, ai piedi della ragazzina. C'è una grossa valigia, con una targhetta che porta il suo nome. C'è un apparecchio per riprodurre la musica e delle cuffie. C'è un fazzoletto sporco, a terra, sotto il sedile. C'è una sciarpa di lana grossa. Ci sono 18 gradi, al di fuori. Dentro, appena 8. Ci sono immagini, ovunque, Non ci sono parole. Sono belle le nuvole, che escono dalla sua bocca."
Confusion. Vado a nuotare. Sott'acqua, penso.
domenica 4 marzo 2012
CIAO LUCIO
Rendo omaggio, ai grandi maestri, e poeti.
Ciao, Lucio.
"...ma se la vita non ha sogni,
io ne ho, e te li do."
la mia (tua) preferita.
Ciao, Lucio.
"...ma se la vita non ha sogni,
io ne ho, e te li do."
la mia (tua) preferita.
giovedì 1 marzo 2012
CINEforMA BALENA | 2
seconda proiezione \ la giovinezza
LA STORIA INFINITA
di Wolfgang Petersen (Titolo originale 'The Neverdending Story' ) 1984
ospiti : rigorosamente top secret
(non avevano il buono invito, ma per colpa dei genitori, quindi perdonati)
Tenetevi pronti,
parlo con voi finti tonti
il Balena progetta,
la magia che vi spetta.
mercoledì 29 febbraio 2012
ARANCE
Inizia ad esser difficile spremere le arance. L'avete notato ?
La fine dell'inverno, ormai di una settimana fa, annunciata dal canto della tortora, e il non inizio di primavera, suggerito piano dal soffio di vento gelido di ieri, sembrano aver stabilito un momento chiaro di stasi e di passaggio. Dobbiamo cambiare abitudini, le arance dobbiamo mangiarle, se le spremiamo rimane troppa polpa buona sprecata sullo stampo dello spremiagrumi.
Le arance sono i nostri sogni, i nostri desideri. Abbiamo speso un inverno a spremerle, a spremerli, a berne il succo prima acidulo e poi dolce e rassicurante. Abbiamo comperato cassette di sogni dal venditore ambulante a bordo strada. Abbiamo bevuto centinaia di desideri arancioni sperando sempre nella punta di rosso, cercando il maturo, il perfetto e attuabile. Abbiamo aperto con le dita, strappato con foga quei sacchetti di rete, contenitori di speranza venduta a chilogrammo, cercando spesso l'introvabile.
Oggi è il ventinove febbraio, nei suoi primi minuti, non è un giorno qualunque. Fermiamoci un attimo, capiamo se vale ancora la pena spremerle queste arance, o se è preferibile ed astuto mangiarle, sentirne tutto il sapore, buccia compresa. Possiamo grattuggiarla in una tisana, trascinarla con veemenza sulla nostra pelle odorante di smog, lasciarla sulla ghisa della stufa ancora rovente. Mangiamo le ultime arance, divoriamo i nostri desideri rimasti, ingoiamo i sogni perduti, prima che arrivi Primavera.
Lei è leggera, veloce, illusoria, porta con sè calore e frutti nuovi, spinge al peccato, alla gioia, primavera soffia la brezza della felicità che divora noi e gli ultimi colori dell'inverno. Primavera marcisce le arance, dimentica i sogni, deride i desideri.
Le arance sono finite, e primavera soqquadra l'inverno.
La fine dell'inverno, ormai di una settimana fa, annunciata dal canto della tortora, e il non inizio di primavera, suggerito piano dal soffio di vento gelido di ieri, sembrano aver stabilito un momento chiaro di stasi e di passaggio. Dobbiamo cambiare abitudini, le arance dobbiamo mangiarle, se le spremiamo rimane troppa polpa buona sprecata sullo stampo dello spremiagrumi.
Le arance sono i nostri sogni, i nostri desideri. Abbiamo speso un inverno a spremerle, a spremerli, a berne il succo prima acidulo e poi dolce e rassicurante. Abbiamo comperato cassette di sogni dal venditore ambulante a bordo strada. Abbiamo bevuto centinaia di desideri arancioni sperando sempre nella punta di rosso, cercando il maturo, il perfetto e attuabile. Abbiamo aperto con le dita, strappato con foga quei sacchetti di rete, contenitori di speranza venduta a chilogrammo, cercando spesso l'introvabile.
Oggi è il ventinove febbraio, nei suoi primi minuti, non è un giorno qualunque. Fermiamoci un attimo, capiamo se vale ancora la pena spremerle queste arance, o se è preferibile ed astuto mangiarle, sentirne tutto il sapore, buccia compresa. Possiamo grattuggiarla in una tisana, trascinarla con veemenza sulla nostra pelle odorante di smog, lasciarla sulla ghisa della stufa ancora rovente. Mangiamo le ultime arance, divoriamo i nostri desideri rimasti, ingoiamo i sogni perduti, prima che arrivi Primavera.
Lei è leggera, veloce, illusoria, porta con sè calore e frutti nuovi, spinge al peccato, alla gioia, primavera soffia la brezza della felicità che divora noi e gli ultimi colori dell'inverno. Primavera marcisce le arance, dimentica i sogni, deride i desideri.
Le arance sono finite, e primavera soqquadra l'inverno.
mercoledì 22 febbraio 2012
MERCOLEDi'
Le lacrime non macchiano i vestiti. La terra si.
Quella goccia di vita che cade sulla camicia o sul maglione di lana lascia appena un alone, invisibile a volte anche al più attento sguardo di madre.
Il fango marrone si vede a decine di metri; la nonna ti sgrida con lo sguardo buono, la maestra severa ti gela senza urlare, la moglie indica con l'indice la strada per il rubinetto del lavatoio, la madre pulisce ed inveisce, a suo modo.
Esistono anche lacrime di grappa e terre di merda. Cambiano i contenuti, con il medesimo risultato, ma la storia è altra. Ciò che non è altro è ciò che il mondo nota. Il mondo nota il marrone e crede sia sporco; il mondo non nota l'alone e crede sia pulito. Capite l'abisso ? Capite l'assurdo ?
Un giorno vi racconterò una storia; chi non ha già capito capirà, chi ha già capito gioirà del sogno che essa porterà con sè.
Bisognerebbe sporcarsi la blusa con fango diafano, e piangere lacrime di terra.
Sarebbe tutt'altra storia, quest' esistenza.
Quella goccia di vita che cade sulla camicia o sul maglione di lana lascia appena un alone, invisibile a volte anche al più attento sguardo di madre.
Il fango marrone si vede a decine di metri; la nonna ti sgrida con lo sguardo buono, la maestra severa ti gela senza urlare, la moglie indica con l'indice la strada per il rubinetto del lavatoio, la madre pulisce ed inveisce, a suo modo.
Esistono anche lacrime di grappa e terre di merda. Cambiano i contenuti, con il medesimo risultato, ma la storia è altra. Ciò che non è altro è ciò che il mondo nota. Il mondo nota il marrone e crede sia sporco; il mondo non nota l'alone e crede sia pulito. Capite l'abisso ? Capite l'assurdo ?
Un giorno vi racconterò una storia; chi non ha già capito capirà, chi ha già capito gioirà del sogno che essa porterà con sè.
Bisognerebbe sporcarsi la blusa con fango diafano, e piangere lacrime di terra.
Sarebbe tutt'altra storia, quest' esistenza.
sabato 18 febbraio 2012
CINEforMA BALENA
Signore e Signori
Ladies and Gentleman
Madames et Monsieurs
è con grande gioia che vi annuncio
E' INIZIATO !
il breve ma intenso programma
CINEforMA BALENA 2012
serata inaugurale
Venerdì 17 Febbraio
( ok è già passata è non eravate invitati, problemi? )
ospiti : rigorosamente top secret
(cmq si, avevano il buono invito)
prima proiezione \ Incipit
APPUNTAMENTO A BELLEVILLE
di Sylvain Chomet (Titolo originale Les Triplettes de Belleville) 2003
Tenetevi pronti,
parlo con voi finti tonti
il Balena progetta,
la magia che vi spetta.
mercoledì 15 febbraio 2012
NUN TE REGGAE PIU'
"Abbasso e alè
Abbasso e alè.."
Falsità Ipocrisia Società fondata sulla schiavitù del lavoro Windows xp Uova codice 3 Vino sul cartone Ramanzina di madre Comandi di padre Preti che impediscono canzoni Pallina di squash a 1 puntino Merkel LaCrisi Prezzo della benzina Gelo che mi rovini l'orto Cronoprogramma Monti faccia buona servo dei banchieri Zucchino chimico che non prendi mai ferie dai banchi dei supermercati Marineria italiana Restituzione di prestiti Gigi d'alessio Facoltà di architettura Santoro che ripeti sempre le stesse cos noiose Corsie dei supermarket pieni zeppi di nomi e colori Ansia da corsie dei supermercati Nonstudio Nonspazio Nonfaccio una sega oltre alla quotidianità Wireless che bombardi il mio fragile cervello Amico che non mi restituisci il libro che ti ho prestato Legna bagnata Geometri Penna usb introvabile Mani troppo pulite Facebook Chiesa che non paghi l'Ici Inverno lunghissimo e senza neve sciabile Programma che sfumi Bolletta del gas Cento matrimoni Tristezza il sabato mattina Aperitivo a 3,50 € Vespirit che non trovi percorsi Attesa da sanremo Sonno perenne Partita IVA Italietta Mancanza di autosufficienza territoriale Letture a rilento Ferie troppocorte Borse della spesa che rimanete sempre maledettamente dimenticate in fondo al cassetto Canone rai Comune di vicenza che chiudi tutti i locali Soglia dei decibel Cavolfiore Obiettivi sfumati Schei schei schei Assenza di poesia Non accorgersi della bellezza Serramenti in PVC Burocrazia Mancanza di tempo Necessità a tutti i costi Anni che volano Dimenticare Ingrassare litigare Odiare NUN TE REGGAE PIU'
".. ci giurerei
sei meglio tu
che bella sei
NUNTEREGGAEPIU'"
Abbasso e alè.."
Falsità Ipocrisia Società fondata sulla schiavitù del lavoro Windows xp Uova codice 3 Vino sul cartone Ramanzina di madre Comandi di padre Preti che impediscono canzoni Pallina di squash a 1 puntino Merkel LaCrisi Prezzo della benzina Gelo che mi rovini l'orto Cronoprogramma Monti faccia buona servo dei banchieri Zucchino chimico che non prendi mai ferie dai banchi dei supermercati Marineria italiana Restituzione di prestiti Gigi d'alessio Facoltà di architettura Santoro che ripeti sempre le stesse cos noiose Corsie dei supermarket pieni zeppi di nomi e colori Ansia da corsie dei supermercati Nonstudio Nonspazio Nonfaccio una sega oltre alla quotidianità Wireless che bombardi il mio fragile cervello Amico che non mi restituisci il libro che ti ho prestato Legna bagnata Geometri Penna usb introvabile Mani troppo pulite Facebook Chiesa che non paghi l'Ici Inverno lunghissimo e senza neve sciabile Programma che sfumi Bolletta del gas Cento matrimoni Tristezza il sabato mattina Aperitivo a 3,50 € Vespirit che non trovi percorsi Attesa da sanremo Sonno perenne Partita IVA Italietta Mancanza di autosufficienza territoriale Letture a rilento Ferie troppocorte Borse della spesa che rimanete sempre maledettamente dimenticate in fondo al cassetto Canone rai Comune di vicenza che chiudi tutti i locali Soglia dei decibel Cavolfiore Obiettivi sfumati Schei schei schei Assenza di poesia Non accorgersi della bellezza Serramenti in PVC Burocrazia Mancanza di tempo Necessità a tutti i costi Anni che volano Dimenticare Ingrassare litigare Odiare NUN TE REGGAE PIU'
".. ci giurerei
sei meglio tu
che bella sei
NUNTEREGGAEPIU'"
martedì 7 febbraio 2012
UN TRENO
Alle 8.35 il treno per Venezia ancora non è arrivato. 5 minuti di ritardo tuona il cartello elettronico. 5 minuti per quel treno e 5 giorni per Namazio. Il ritardo non è una cosa piacevole, ma basta saperlo prendere. Namazio porta con sè un grosso libro senza copertina, conosce qualche dinamica riguardo i tempi della vita, è previdente, e sa che immergersi in una lunga lettura aiuta a dimenticare qualsiasi ansia da ritardo. Il ragazzo in piedi a fianco lui batte a ritmo il piede sinistro, forse aiutato dalla musica che ascolta in silenzio nelle cuffiette del suo mp3, forse per aiutarsi a combattere il freddo gelido di questa mattina invernale. Poco distante una signora che indossa una grossa pelliccia anni '80 borbotta contro un ragazzo di colore che le chiede una moneta per un caffè. Tenendo lo sguardo sotto il limite prospettico del binario Namazio non scorge che scarpe grosse e valige di studenti; anche un paio di superga scure sopra calze leggere, ma l'imposto limite visivo gli nega la conoscenza del volto.
Alle 8.41, puntuale sul ritardo previsto, si apre la porta della carrozza 4, esce un puzzo di chiuso leggermente velato d'urina. Lenta, una processione di ventenni mischiati a qualche signore benpensante e a qualche cravatta di troppo scende quel paio di gradini consunti. Piedi che scendono, piedi che salgono. Namazio trova posto sul secondo gruppo di sedili sulla destra, sguardo a rincorrere la meta, schiena al mattino lasciato, ad un bacio veloce, al gelo dello schienale di graniglia su una panchina d'attesa.
Alle 8.42 una giovane studente dai capelli troppo voluminosi chiede gentilmente un aiuto per alzare il suo bagaglio non leggero sul trasportino, un signore africano borbotta nel sonno dal sedile di fianco e un ferroviere corre ansioso avanti e indietro nel corridoio. Si sporge poco più avanti una coppia di turisti giapponesi, sorridono e sembrano chiaccherare animatamente stupiti. Sembrano, chiacchere, perchè Namazio non sente, vede soltanto, immerso com'è in quelle musiche senza parole che riempiranno tutta la sua mattina di viaggio, ad altissimo volume.
Alle 8.45, più o meno, un raggio di luce trova la via perfetta per abbagliare indirettamente gli occhi dell'assorto viaggiatore, che chino col naso immerso nella sua sciarpa bollente, alza lo sguardo quasi irretito, e s'accorge del mondo, che, bianco, abita il paesaggio veloce fuori dal finestrino.
Bianca luce, bianco mondo, scorre la fuori, alla vista di chi solo segue con movimenti ripetitivi del capo l'andare del treno.
Muta luce, muto mondo, e un treno.
Alle 8.41, puntuale sul ritardo previsto, si apre la porta della carrozza 4, esce un puzzo di chiuso leggermente velato d'urina. Lenta, una processione di ventenni mischiati a qualche signore benpensante e a qualche cravatta di troppo scende quel paio di gradini consunti. Piedi che scendono, piedi che salgono. Namazio trova posto sul secondo gruppo di sedili sulla destra, sguardo a rincorrere la meta, schiena al mattino lasciato, ad un bacio veloce, al gelo dello schienale di graniglia su una panchina d'attesa.
Alle 8.42 una giovane studente dai capelli troppo voluminosi chiede gentilmente un aiuto per alzare il suo bagaglio non leggero sul trasportino, un signore africano borbotta nel sonno dal sedile di fianco e un ferroviere corre ansioso avanti e indietro nel corridoio. Si sporge poco più avanti una coppia di turisti giapponesi, sorridono e sembrano chiaccherare animatamente stupiti. Sembrano, chiacchere, perchè Namazio non sente, vede soltanto, immerso com'è in quelle musiche senza parole che riempiranno tutta la sua mattina di viaggio, ad altissimo volume.
Alle 8.45, più o meno, un raggio di luce trova la via perfetta per abbagliare indirettamente gli occhi dell'assorto viaggiatore, che chino col naso immerso nella sua sciarpa bollente, alza lo sguardo quasi irretito, e s'accorge del mondo, che, bianco, abita il paesaggio veloce fuori dal finestrino.
Bianca luce, bianco mondo, scorre la fuori, alla vista di chi solo segue con movimenti ripetitivi del capo l'andare del treno.
Muta luce, muto mondo, e un treno.
martedì 24 gennaio 2012
NORINO
Vorrei ricordare
vorrei ringraziare
vorrei brindare
alle tue mani
che hanno cresciuto figlie e nipoti
che hanno impastato e sfamato persone
che hanno combattuto una guerra impugnando una spada di pane;
alle tue orecchie
che hanno saputo ascoltare, pazienti
che hanno udito ed amato le più belle musiche;
al tuo naso
che ha annusato i profumi del mondo
dal mediterraneo all'oceano
da Noventa alle Americhe;
alla tua bocca
che ha assaggiato l'arte di nonna, di mamma e di zia
che ha amato e baciato, una, donna;
ai tuoi occhi
che hanno sorriso a noi tutti
che hanno profuso infinita bontà
donandoci, donandoti, il cielo.
Buon viaggio, nonno
02.01.1914 - 24.01.2012
"FA PUITO." cit.
vorrei ringraziare
vorrei brindare
alle tue mani
che hanno cresciuto figlie e nipoti
che hanno impastato e sfamato persone
che hanno combattuto una guerra impugnando una spada di pane;
alle tue orecchie
che hanno saputo ascoltare, pazienti
che hanno udito ed amato le più belle musiche;
al tuo naso
che ha annusato i profumi del mondo
dal mediterraneo all'oceano
da Noventa alle Americhe;
alla tua bocca
che ha assaggiato l'arte di nonna, di mamma e di zia
che ha amato e baciato, una, donna;
ai tuoi occhi
che hanno sorriso a noi tutti
che hanno profuso infinita bontà
donandoci, donandoti, il cielo.
Buon viaggio, nonno
02.01.1914 - 24.01.2012
"FA PUITO." cit.
mercoledì 18 gennaio 2012
RESIDUI
Scrivo su commissione, per la prima volta in vita.
Diverremo residui.
Anche se non lo speriamo. Anche se nasconderemo per sempre la testa sottoterra.
Marciremo lentamente, nel bel mezzo di una società che più non c'appartiene.
Ci ridurremo ad ossa di pollo, buccia d'asparago, guscio di noce, fondo di bottiglia.
Saremo schiacciati da un mutuo, soffocati da una scelta sbagliata, consumati dai sensi di colpa del viaggio non fatto,del bacio non dato, derisi dal capire la vista di un lombrico riuscito in volo.
Residui usati come fertilizzante per altre brevi vite, sterco, concime umano e mentale per le nuove leve, per quelli più giovani e inesperti, che si nutriranno dei nostri errori i nostri dubbi le nostre genialità per giustificare la loro esistenza già destinata silenziosamente all'ennesima marcescenza.
Cambieremo cento amori e poi ne sceglieremo uno in tutta fretta e lo siederemo in un pulpito dorato.
Abbagliati, poi, l'illusione ci guiderà e comanderà, nelle scelte, nei gusti, nei rapporti umani, nei dogmi e pregiudizi. E il lavoro ? La famiglia ? Le amicizie ? Le passioni ? Muteranno. Cambieranno. Velocemente, che se a gennaio guardi il tuo febbraio precedente non lo riconosci, ti sembrerà di non capire, quasi di non ricorderare. E invece era tutto vero. Funziona così, ma non riesci a gestire tutto questo, perchè quando ci pensi sei già residuo.
E allora investirai, investiremo un'esistenza alla costruzione lenta e minuzosa e precisa di una corazza antiverità, antiemozione, antidifferenze, antisogno. Ci proteggeremo dai ricordi, dalla battuta dell'amico, dal bicchiere di vino semplice e aspro, dal sole che sale di là delle colline il mattino dopo una sbronza una cotta un dritto un'inutile rincorsa tra cuori.
Residui. Mangime decomposto per la società. Benzina per scrittori registi e pensatori.
Residui. Felici con i paraocchi, cavalli ferrati da traino e fatica, tignosi e bi-solitari, difesi, corazzati e con gli occhi lucidi all'occorrenza giusta.
Come quei bicchieri che non ci sono più,
come quei forti gusci di noce a pezzi,
come la fiaba prima di addormentarsi,
come tutta la nostra fragile esistenza.
Residui, residuo.
Diverremo residui.
Anche se non lo speriamo. Anche se nasconderemo per sempre la testa sottoterra.
Marciremo lentamente, nel bel mezzo di una società che più non c'appartiene.
Ci ridurremo ad ossa di pollo, buccia d'asparago, guscio di noce, fondo di bottiglia.
Saremo schiacciati da un mutuo, soffocati da una scelta sbagliata, consumati dai sensi di colpa del viaggio non fatto,del bacio non dato, derisi dal capire la vista di un lombrico riuscito in volo.
Residui usati come fertilizzante per altre brevi vite, sterco, concime umano e mentale per le nuove leve, per quelli più giovani e inesperti, che si nutriranno dei nostri errori i nostri dubbi le nostre genialità per giustificare la loro esistenza già destinata silenziosamente all'ennesima marcescenza.
Cambieremo cento amori e poi ne sceglieremo uno in tutta fretta e lo siederemo in un pulpito dorato.
Abbagliati, poi, l'illusione ci guiderà e comanderà, nelle scelte, nei gusti, nei rapporti umani, nei dogmi e pregiudizi. E il lavoro ? La famiglia ? Le amicizie ? Le passioni ? Muteranno. Cambieranno. Velocemente, che se a gennaio guardi il tuo febbraio precedente non lo riconosci, ti sembrerà di non capire, quasi di non ricorderare. E invece era tutto vero. Funziona così, ma non riesci a gestire tutto questo, perchè quando ci pensi sei già residuo.
E allora investirai, investiremo un'esistenza alla costruzione lenta e minuzosa e precisa di una corazza antiverità, antiemozione, antidifferenze, antisogno. Ci proteggeremo dai ricordi, dalla battuta dell'amico, dal bicchiere di vino semplice e aspro, dal sole che sale di là delle colline il mattino dopo una sbronza una cotta un dritto un'inutile rincorsa tra cuori.
Residui. Mangime decomposto per la società. Benzina per scrittori registi e pensatori.
Residui. Felici con i paraocchi, cavalli ferrati da traino e fatica, tignosi e bi-solitari, difesi, corazzati e con gli occhi lucidi all'occorrenza giusta.
Come quei bicchieri che non ci sono più,
come quei forti gusci di noce a pezzi,
come la fiaba prima di addormentarsi,
come tutta la nostra fragile esistenza.
Residui, residuo.
lunedì 2 gennaio 2012
BUON INIZIO (Ágætis Byrjun)
9 gradi centigradi.
Parto con un numero, e non con una lettera. L'anno che ha appena iniziato i suoi giorni sarà un anno di numeri, di conti, sarà la resa dei conti. Ci saranno numeri tra me e i miei progetti, tra me e molti dei sogni non realizzati, tra me, noi, voi e un mondo che non finirà, ma capirà il suo parziale fallimento e si lascerà cambiare, vestiti ed abitutidini.
Almeno questa è la mia speranza e il mio augurio più grande, a me a voi al mondo: tiriamo in ballo un pò di numeri, facciamo i conti, capiamo le cose che sono fallite o le cose che abbiamo fallito, cambiamo, vestiti, abitudini, rotta. Siate tutti capitani di voi stessi, della vostra rotta.
Buon anno, buone rotte nuove.
Il vostro capitano.
9 gradi centigradi.
Rientrare in casa dopo qualche giorno di vacanza e trovare una tale temperatura, può suggerire bestemmie, ma qualcuno mi suggerisce invece che è un chiaro segnale di reset, un nuovo insegnamento.
E allora, con 9 gradi e una caldaia in blocco, in pieno inverno, bisogna muovere il culo e darsi da fare, in molti modi: accendere la stufa e caricare una quantità di legna non consueta; muovere il corpo che ci è stato donato per stare in piedi e fare attività fisica, di qualsiasi genere, meglio se produttivo alla sopravvivenza e alla riproduzione; sistemare la dispensa, pulire la casa, lavare indumenti, curare le piante. Darsi da fare in qualsiasi modo genera e consuma energia, energia è calore, il freddo non si percepisce, e i 9 gradi possono anche andarsene a fanculo, con i debiti ringraziamenti per il messaggio forte e chiaro: non si può riposare, nonpossoriposare, mai. Ricaricare l'energia, quella si, ma riposare no. Il fù 2011 è già cenere, sono felice di esser riuscito ad esaudire più di metà dei miei vorrei di un anno fà, con qualche picco di gioia inattesa, e qualche delusione o fallimento pesante.
Però cazzo, cazzo c'è ancora tutta una vita da costruire, una terra immensa da visitare e conoscere, un mondo da migliorare anche se solo in una sua infinitesima parte.
9 gradi centigradi.
9 gradi sopra lo zero, fa freddo ma il ghiaccio non c'è più, fa freddo ma la mia temperatura è in netto aumento, con calma e lentezza e anche qualche retromarcia, ma cresce. Un'altro paio d'anni e avrò, avremo l'inferno addosso, berremo mojito ghiacciati a braccetto con la vita e con la gioia.
Statene certi, e abbiate una grande fiducia. Il mondo non finirà, il mondo Cambierà. Il mondo siamo noi, sono i nostri sogni le nostre idee i nostri errori le nostre mani il nostro amore le nostre energie.
Basta un pò di pazienza, il ghiaccio è passato e il freddo non durerà ancora molto.
Un consiglio: ricarichiamo le energie, e, nel frattempo, mettiamoci un paio di guanti.
Parto con un numero, e non con una lettera. L'anno che ha appena iniziato i suoi giorni sarà un anno di numeri, di conti, sarà la resa dei conti. Ci saranno numeri tra me e i miei progetti, tra me e molti dei sogni non realizzati, tra me, noi, voi e un mondo che non finirà, ma capirà il suo parziale fallimento e si lascerà cambiare, vestiti ed abitutidini.
Almeno questa è la mia speranza e il mio augurio più grande, a me a voi al mondo: tiriamo in ballo un pò di numeri, facciamo i conti, capiamo le cose che sono fallite o le cose che abbiamo fallito, cambiamo, vestiti, abitudini, rotta. Siate tutti capitani di voi stessi, della vostra rotta.
Buon anno, buone rotte nuove.
Il vostro capitano.
9 gradi centigradi.
Rientrare in casa dopo qualche giorno di vacanza e trovare una tale temperatura, può suggerire bestemmie, ma qualcuno mi suggerisce invece che è un chiaro segnale di reset, un nuovo insegnamento.
E allora, con 9 gradi e una caldaia in blocco, in pieno inverno, bisogna muovere il culo e darsi da fare, in molti modi: accendere la stufa e caricare una quantità di legna non consueta; muovere il corpo che ci è stato donato per stare in piedi e fare attività fisica, di qualsiasi genere, meglio se produttivo alla sopravvivenza e alla riproduzione; sistemare la dispensa, pulire la casa, lavare indumenti, curare le piante. Darsi da fare in qualsiasi modo genera e consuma energia, energia è calore, il freddo non si percepisce, e i 9 gradi possono anche andarsene a fanculo, con i debiti ringraziamenti per il messaggio forte e chiaro: non si può riposare, nonpossoriposare, mai. Ricaricare l'energia, quella si, ma riposare no. Il fù 2011 è già cenere, sono felice di esser riuscito ad esaudire più di metà dei miei vorrei di un anno fà, con qualche picco di gioia inattesa, e qualche delusione o fallimento pesante.
Però cazzo, cazzo c'è ancora tutta una vita da costruire, una terra immensa da visitare e conoscere, un mondo da migliorare anche se solo in una sua infinitesima parte.
9 gradi centigradi.
9 gradi sopra lo zero, fa freddo ma il ghiaccio non c'è più, fa freddo ma la mia temperatura è in netto aumento, con calma e lentezza e anche qualche retromarcia, ma cresce. Un'altro paio d'anni e avrò, avremo l'inferno addosso, berremo mojito ghiacciati a braccetto con la vita e con la gioia.
Statene certi, e abbiate una grande fiducia. Il mondo non finirà, il mondo Cambierà. Il mondo siamo noi, sono i nostri sogni le nostre idee i nostri errori le nostre mani il nostro amore le nostre energie.
Basta un pò di pazienza, il ghiaccio è passato e il freddo non durerà ancora molto.
Un consiglio: ricarichiamo le energie, e, nel frattempo, mettiamoci un paio di guanti.
mercoledì 28 dicembre 2011
LA FESTA E' COMINCIATA
Dicembre a festa.
Santo Nicola.
Immacolata.
Anniversario Balena.
Santa Lucia.
Pre-Natale.
Mercatini.
Vigilia.
Natale.
Santo Stefano.
Veglione.
Vi regalo questa strordinaria pagina di letteratura, tratta dall'immenso Fitzgerald ne "Il grande Gatsby".
Brindiamo ! Brindiamo ! Buona festa !
Brindiamo ! Buona fine ! Buona festa !
Santo Nicola.
Immacolata.
Anniversario Balena.
Santa Lucia.
Pre-Natale.
Mercatini.
Vigilia.
Natale.
Santo Stefano.
Veglione.
Vi regalo questa strordinaria pagina di letteratura, tratta dall'immenso Fitzgerald ne "Il grande Gatsby".
Brindiamo ! Brindiamo ! Buona festa !
Brindiamo ! Buona fine ! Buona festa !
sabato 24 dicembre 2011
BUON NATALE, GIANNI
Gianni ha appena calpestato la merda del suo cane, mentre passeggiando vagava per il giardino della sua dimora persa in un qualunque quartierpaese residenziale del veneto bene; l'animale sorride soddisfatto nell'osservare il padrone che al gelo di una notte di vigilia natalizia attende che anche l'ultimo bisogno fisiologico del suo fido si sia consumato; poco sopra di loro, al piano primo, i suoi figli fratelli parenti costruiscono una babele di pacchi sotto un luccicante e non polveroso albero di natale.
La cravatta stringe un pò, il pesce crudo puzza di sogiàchegustoha, un parente biascica qualche cenno d'approvazione verso una vita più sana e naturale e la vecchia nonna brontola sulle difficoltà della crisi, mentre si rovescia, sorpresa e bestemmiando gesù, un bicchiere ricolmo di franciacorta solfitizzato sul tailleur rosa antico appena stirato.
Gianni tutto questo non lo sa non lo capisce, o non lo poteva prevedere. Era sceso serenamente in giardino e pensava a mondi lontan lontani, pensava all'alimentari marocchino dove aveva fatto la spesa il giorno prima e dove tutti l'avevano accolto e salutato con la gentilezza e cordialità di chi vive giorno al giorno e tempo al tempo, serenamente e semplicemente; pensava al suo amore lontano, fuori, ma vicino, dentro; pensava agli amici veri, quelli che sono capaci di raccoglierti dal fango di un esausto sabato mattina e donarti il sole invernale, fatto di terra e minestre, di marmellate e mani, quattro mani; pensava che il natale fosse diventato un apputamento noioso in agenda e invece si ricrede, svegliato da questa insopportabile puzza di merda condita da cuoio di scarpa inaffaiata da vento sapor wiskhey irlandese.
Gianni sorride. Ora si, sorride. Capisce la fortuna di chi prova a leggere la vita per poi raccontarla con delle storie, vestite a festa. Il suo fido cane da queste cose non viene sfiorato, forse neanche i parenti che dalla finestra illuminata guardano il giardino tentando di capire che fine ha fatto il loro caro famigliare diversamente abile.
Gianni è il nostro Natale; Gianni è franchezza delle cose che stanno come stanno; Gianni è specchio che riflette l'ipocrisia di molti 'oggi'; Gianni è lacrima che ruga il viso di chi si commuove per gesti semplici; Gianni è puzza di merda e profumo di buono, assieme; Gianni è in mezzo a noi, Gianni siamo alcuni di noi, pochi, troppo pochi, ma infondo tanti, forse tutti; Gianni non è vergogna ma è Gianni; Gianni è sogno di chi sogna qualcosa di altrove; Gianni è riflessione; Gianni non è verità ma lotta; Gianni è amore, e calore di stufa; Gianni è Natale, anzi è circa Natale, di quei circa difficili da trovare ma veri; Gianni c'è, da qualche parte, ed esiste affinchè ognuno di noi possa accorgersi di lui.
Buon Natale amici miei, Buon Natale vita mia
La cravatta stringe un pò, il pesce crudo puzza di sogiàchegustoha, un parente biascica qualche cenno d'approvazione verso una vita più sana e naturale e la vecchia nonna brontola sulle difficoltà della crisi, mentre si rovescia, sorpresa e bestemmiando gesù, un bicchiere ricolmo di franciacorta solfitizzato sul tailleur rosa antico appena stirato.
Gianni tutto questo non lo sa non lo capisce, o non lo poteva prevedere. Era sceso serenamente in giardino e pensava a mondi lontan lontani, pensava all'alimentari marocchino dove aveva fatto la spesa il giorno prima e dove tutti l'avevano accolto e salutato con la gentilezza e cordialità di chi vive giorno al giorno e tempo al tempo, serenamente e semplicemente; pensava al suo amore lontano, fuori, ma vicino, dentro; pensava agli amici veri, quelli che sono capaci di raccoglierti dal fango di un esausto sabato mattina e donarti il sole invernale, fatto di terra e minestre, di marmellate e mani, quattro mani; pensava che il natale fosse diventato un apputamento noioso in agenda e invece si ricrede, svegliato da questa insopportabile puzza di merda condita da cuoio di scarpa inaffaiata da vento sapor wiskhey irlandese.
Gianni sorride. Ora si, sorride. Capisce la fortuna di chi prova a leggere la vita per poi raccontarla con delle storie, vestite a festa. Il suo fido cane da queste cose non viene sfiorato, forse neanche i parenti che dalla finestra illuminata guardano il giardino tentando di capire che fine ha fatto il loro caro famigliare diversamente abile.
Gianni è il nostro Natale; Gianni è franchezza delle cose che stanno come stanno; Gianni è specchio che riflette l'ipocrisia di molti 'oggi'; Gianni è lacrima che ruga il viso di chi si commuove per gesti semplici; Gianni è puzza di merda e profumo di buono, assieme; Gianni è in mezzo a noi, Gianni siamo alcuni di noi, pochi, troppo pochi, ma infondo tanti, forse tutti; Gianni non è vergogna ma è Gianni; Gianni è sogno di chi sogna qualcosa di altrove; Gianni è riflessione; Gianni non è verità ma lotta; Gianni è amore, e calore di stufa; Gianni è Natale, anzi è circa Natale, di quei circa difficili da trovare ma veri; Gianni c'è, da qualche parte, ed esiste affinchè ognuno di noi possa accorgersi di lui.
Buon Natale amici miei, Buon Natale vita mia
martedì 13 dicembre 2011
L'INVERNO CI AMMAZZA LENTAMENTE
L'inverno ci ammazza, lentamente
anche a Santa Lucia, che inverno ancora non è
ci uccide piano, per mesi
ci illude anche, ma, per attimi.
L'inverno ci ammazza, lentamente
snerva i nervi sforza le forze,
libera l'umido e regala freddo, secco
gela gli spiriti marcisce le anime.
L'inverno ci uccide piano, in silenzio
arriva in autunno e a fatica si nasconde in estate
uccide speranze e nasconde il sole
uccide la luce e nasconde la vita.
A Santa Lucia si crede che l'inverno ci lasci
presto, e presto, arrivi il Natale
ce c' illude con luci, e colori, e ritornelli
sempre quelli.
L'inverno ci ammazza, lentamente.
Ma c'è rifugio, c'è se si cerca
c'è Tom Waits, c'è un sogno di neve,
c'è una voce roca, da qualche parte, bianca, calda, bollente.
L'inverno si ammazza, lentamente.
anche a Santa Lucia, che inverno ancora non è
ci uccide piano, per mesi
ci illude anche, ma, per attimi.
L'inverno ci ammazza, lentamente
snerva i nervi sforza le forze,
libera l'umido e regala freddo, secco
gela gli spiriti marcisce le anime.
L'inverno ci uccide piano, in silenzio
arriva in autunno e a fatica si nasconde in estate
uccide speranze e nasconde il sole
uccide la luce e nasconde la vita.
A Santa Lucia si crede che l'inverno ci lasci
presto, e presto, arrivi il Natale
ce c' illude con luci, e colori, e ritornelli
sempre quelli.
L'inverno ci ammazza, lentamente.
Ma c'è rifugio, c'è se si cerca
c'è Tom Waits, c'è un sogno di neve,
c'è una voce roca, da qualche parte, bianca, calda, bollente.
L'inverno si ammazza, lentamente.
domenica 11 dicembre 2011
LEGGERE
Leggere, è un pò come sentirsi in amore.
Capita che passi mesi senza sentirti vivo, senza leggere una pagina, senza provare desiderio.
Poi d'un tratto, accade qualcosa, e riparti.
Che bellezza, leggere, che bellezza non avere immagini preconfezionate, ed immaginare tutto; che bellezza, leggere.
Alcuni imput, a voi, i miei ultimi 5 libri, recenti, di data e di lettura.
Non nego una preferenza verso Mr. Gwyn, ma anche Stirpe, che non è stata lettura facile, ha un certo peso e fascino. 5 consigli, comunque.
XY - Sandro Veronesi - 2010
La lettura dell'ultimo capitolo, "Il giorno zero", da guadagnarsi, vale qualche anno di vita.
"Non posso continuare, continuerò". S.B.
I PESCI NON CHIUDONO GLI OCCHI - Erri De Luca - 2011
" 'Cose buffe dici. Sei innamorato di me ?'
'Si dice così ? E' cominciato dalla mano, che si è innamorata della tua. Poi si sono innamorate le ferite che si sono messe a guarire alla svelta, la sera che sei venuta in visita e mi hai toccato [..]' "
STIRPE - Marcello Fois - 2009
"Prima di tutto c'è saper osservare, toccare con lo sguardo, vedere quello che sarà prima che sia. [..]Ma bisogna dare un nome alle cose: quella lavorazione si chiama forgiatura, figlio mio. Forgiatura è quando sei tu che dai la forma. E' quando devi combattere contro la materia e questa diventa più docile quanto più riconosce la mano del padrone. [..] Gavino annuisce, Dai suoi occhi, allora, poteva ancora scaturire la meraviglia del mondo. Ancora tutto era da fare. "
MR. GWYN - Alessandro Baricco - 2011
"Dove se ne fosse andato Jasper Gwyn non le era concesso evidentemente sapere. Lontano - questo lo sentiva con assoluta certezza. Era tutto finito, e neppure con quella solennità a cui sempre avrebbe diritto il tramonto delle cose."
LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE - Mark Haddon - 2003
" I numeri primi soo ciò che rimane una volta eliminati tutti gli schemi: penso che i numeri prima siano come la vita. Sono molto logici ma non si riesce mai a scoprirne le regole, anche se si passa tutto il tempo a pensarci su."
Buone letture
Buonanotte
Capita che passi mesi senza sentirti vivo, senza leggere una pagina, senza provare desiderio.
Poi d'un tratto, accade qualcosa, e riparti.
Che bellezza, leggere, che bellezza non avere immagini preconfezionate, ed immaginare tutto; che bellezza, leggere.
Alcuni imput, a voi, i miei ultimi 5 libri, recenti, di data e di lettura.
Non nego una preferenza verso Mr. Gwyn, ma anche Stirpe, che non è stata lettura facile, ha un certo peso e fascino. 5 consigli, comunque.
XY - Sandro Veronesi - 2010
La lettura dell'ultimo capitolo, "Il giorno zero", da guadagnarsi, vale qualche anno di vita.
"Non posso continuare, continuerò". S.B.
I PESCI NON CHIUDONO GLI OCCHI - Erri De Luca - 2011
" 'Cose buffe dici. Sei innamorato di me ?'
'Si dice così ? E' cominciato dalla mano, che si è innamorata della tua. Poi si sono innamorate le ferite che si sono messe a guarire alla svelta, la sera che sei venuta in visita e mi hai toccato [..]' "
STIRPE - Marcello Fois - 2009
"Prima di tutto c'è saper osservare, toccare con lo sguardo, vedere quello che sarà prima che sia. [..]Ma bisogna dare un nome alle cose: quella lavorazione si chiama forgiatura, figlio mio. Forgiatura è quando sei tu che dai la forma. E' quando devi combattere contro la materia e questa diventa più docile quanto più riconosce la mano del padrone. [..] Gavino annuisce, Dai suoi occhi, allora, poteva ancora scaturire la meraviglia del mondo. Ancora tutto era da fare. "
MR. GWYN - Alessandro Baricco - 2011
"Dove se ne fosse andato Jasper Gwyn non le era concesso evidentemente sapere. Lontano - questo lo sentiva con assoluta certezza. Era tutto finito, e neppure con quella solennità a cui sempre avrebbe diritto il tramonto delle cose."
LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE - Mark Haddon - 2003
" I numeri primi soo ciò che rimane una volta eliminati tutti gli schemi: penso che i numeri prima siano come la vita. Sono molto logici ma non si riesce mai a scoprirne le regole, anche se si passa tutto il tempo a pensarci su."
Buone letture
Buonanotte
mercoledì 30 novembre 2011
LE SIRENE
La notte svanisce in un raggio leggero, che forza di luce non ha, ma dipinge in silenzio un quadro che si muove in parete e desta dolci risvegli. E scopre piumini e porta freddo alla pelle ed emozione di superficie e desiderio d'acqua bollente.
Un sogno non finito riaffiora alla mente, ricordi di ambienti impossibili e colmi d'acqua e di verde e di gioia o dolore minuto, squilla una sveglia dentro un telefono d'ultima generazione, abbaia il suo vecchio cane che più le scale non sale, e chiama un padrone distratto; non ultimo il rumore di bottiglie di vetro che finisce assordante dentro il camioncino della raccolta differenziata.
E poi uno tsunami di caldo, la doccia che scotta la pelle sensibilizzata dalla notte riposante, il caffè che brucia la gola e la lingua ma riappacifica l'angelo del buio con il diavolo della luce, il mocassino che s'infila senza fatica e la musica della serratura che s'apre, ancora una volta, ancora un mattino.
E poi il giorno, il solito, giorno. Mercoledì. Uno schifo.
La sera, dodici ore dopo, la fretta. La fretta di recuperare la grazia del mattino soave, la fretta di una pizza d'asporto, la fretta di una bottiglia di finto vino rosso, vinto, trovato, la fretta di conclusioni dettate da stanchezza e non da poesia.
E poi, sirene. Sirene alle orecchie, sirene lontane senza la facoltà di telletrasporto, sirene vicine, che usano casse e melodie per consolare e spiegare e portarti via, lontano, lontan lontano.
Sirene che riportano la notte, senza accorgersene, quella notte che a breve svanirà, in un raggio di luce, in una doccia calda, in un caffè bollente, in un piumino arricciato, in un mocassino dai lacci già fatti, in un parabrezza gelato, in nuove sirene, in un giovedì.
"perchè continuare, fino a vecchiezza
fino a stare male
e già tutto qua
fermati qua"
Un sogno non finito riaffiora alla mente, ricordi di ambienti impossibili e colmi d'acqua e di verde e di gioia o dolore minuto, squilla una sveglia dentro un telefono d'ultima generazione, abbaia il suo vecchio cane che più le scale non sale, e chiama un padrone distratto; non ultimo il rumore di bottiglie di vetro che finisce assordante dentro il camioncino della raccolta differenziata.
E poi uno tsunami di caldo, la doccia che scotta la pelle sensibilizzata dalla notte riposante, il caffè che brucia la gola e la lingua ma riappacifica l'angelo del buio con il diavolo della luce, il mocassino che s'infila senza fatica e la musica della serratura che s'apre, ancora una volta, ancora un mattino.
E poi il giorno, il solito, giorno. Mercoledì. Uno schifo.
La sera, dodici ore dopo, la fretta. La fretta di recuperare la grazia del mattino soave, la fretta di una pizza d'asporto, la fretta di una bottiglia di finto vino rosso, vinto, trovato, la fretta di conclusioni dettate da stanchezza e non da poesia.
E poi, sirene. Sirene alle orecchie, sirene lontane senza la facoltà di telletrasporto, sirene vicine, che usano casse e melodie per consolare e spiegare e portarti via, lontano, lontan lontano.
Sirene che riportano la notte, senza accorgersene, quella notte che a breve svanirà, in un raggio di luce, in una doccia calda, in un caffè bollente, in un piumino arricciato, in un mocassino dai lacci già fatti, in un parabrezza gelato, in nuove sirene, in un giovedì.
"perchè continuare, fino a vecchiezza
fino a stare male
e già tutto qua
fermati qua"
mercoledì 16 novembre 2011
SCHIAVI
Ho provato a chietare i pensieri, a lasciar trascorrere una mezza giornata a lavorarci sopra un paio dì'ore al pc e un altro paio all'accetta. Ho perso qualche etto di rabbia ma ho guadagnato qualche chilo di tagliente lucidità. E l'unica conclusione che oggi posso dire, chiara, è che siamo SCHIAVI.
Schiavi di cosa o di chi ? Volete davvero che ve ne parli ? Dai. Dai, sono convinto che già lo sapete, dentro ognuno di voi, ma ammetterlo è dura, e forse è più divertente leggerlo su qualche articolo, o blog, o ascoltarlo dalle labbra di qualche amico "contro" o quache conoscente incazzato.
Siamo schiavi di questo 2011, come lo siamo stati del 2010, 2009 e avanti all'incontrè.
Siamo schiavi del tempo, aimè, il tempo ci comanda e ci governa, e a 30 anni capiamo che per metà della nostra vita probabile siamo stati schiavizzati dall'orologio e da un tempo che quasi mai abbiam scelto di governare e condurre, salvo casi rari.
Siamo schiavi del Lavoro, ci consumiamo i testicoli o le ovaie per otto o più ore al giorno, 5 o più giorni la settimana in ambienti e con mansioni che raramente amiamo, al fine di guadagnarci da vivere o ingrassare un curriculum, e finiamo la sera disinteressati per quel che abbiam fatto o con il fegato in acido per quello che non ci è piaciuto; doniamo le ore migliori dei nostri giorni a fabbriche che falliscono, a goffi artigiani, a mercati che stanno implodendo, ad università che neanche rigraziano e tanto è se galleggiano nel fango, a professionisti irrispettosi e approffittatori, a progetti spesso pretenziosi o ad istituzioni incrostrate da burocrazie e dalle ascelle che puzzano di muffa e di vecchio; e sono solo esempi. Siamo schiavi del lavoro anche quando non lavoriamo, che non è cosa bella e piacevole a detta di molti, quei molti che si ostinano a raschiare il fondo ed inventare curriculum e strappare colloqui e lamentarsi di continuo e sprecano ore di sole ed energia da dedicare a sè stessi, al vento, alla terra, alla creatività, al pensiero. Siamo schiavi del lavoro perchè con un occupazione o senza un occupazione c'è sempre e comunque qualcosa che non va, il Lavoro ci governa silenziosamente, e consuma gli anni migliori della nostra vita.
Siamo schiavi delle Case, delle chiavi che le aprono o le chiudono, di quel piacere di proprietà che ci dà il rumore di una serratura, di mura che negli ultimi cinquantanni hanno giocato alla spugna riducendo prima il loro spessore in balia dell'orgasmo provocato dalle prestazioni tecniche di un nuovo materiale e poi aumentandolo all'infinito pur di rientrare in classificazioni energetiche imposte da qualche lobby di potere trentina od europae; siamo schiavidelle case perchè in esse, nei loro tetti, termosifoni, mobili di grido, divani di design, pitture spugnate, set di pentole a pressione da accatastare in cucine professionali dove cuciniamo hamburger di merda o verdure coltivate in serre chimiche col puzzo di ogm e miliardi da multinazionale di cibo-schifo, in esse investiamo quasi lo stesso tempo del lavoro, e quasi tutti i soldi che con esso ci sudiamo, in bollette acquisti manutenzioni assicurazioni lavoretti mutui prestiti fnanziamenti elettrodomestici eccccccccetera.
Siamo schiavi della strada, dei suoi costi e delle ruote con le quali la percorriamo sempre negli stessi tratti, esclusa qualche rara vacanza; tagliandi bolli di proprietà telepass revisioni navigatori satellitari autoradio che sembrano casse da concerto, gonnelline e, carburante, carburante e, carburante, e gasolio gasolio gasolio; e a fine mese o peggio fine anno capiamo che i tragitti sono sempre uguali, casa-lavoro-casa-bar-palestra-lavoro-casa dell'amico-bar-market-casa-lavoro; siamo schiavi della strada perchè essa si fa percorrere fino ad esaurimento su un'infinitesima parte del possibile, conservando i luoghi migliori per pochi viaggiatori temerari; siamo schiavi della strada perchè non spingiamo la nostra auto fino a Mosca un normale mercoledì di novembre o non carichiamo il nostro motorino in un traghetto almeno 4 volte l'anno o non viaggiamo in mezzo, alla strada, si si proprio in mezzo, sopra quella cazzo di riga bianca un poco sbiadita, con la nostra bicicletta antica appena restaurata e veloce come un ghepardo d'altri tempi.
Siamo schiavi della Luce artificiale, così impegnati a cambiare lampadine, e installare fari, ed accendere luci fredde appese a muri muti, e pagare bollette, e montare pannelli fotovoltaici ed illuminare stadi parchi marciapiedi, e provare lampade a led o lampadine ikea a basso consumo, schiavi di una luce artificiale che nasconde la soffice bellezza di una candela o di una brace di camino, di una luce che oscura la luna, di una luce che verrebbe sconfitta e derisa ogni mattino di sole invernale da una fessura di tapparella, nonchè umiliata da una stella nel buio di un cielo isolano e possibilmente mediterraneo.
Siamo schiavi della moneta, di un euro che ci soffoca il respiro e che a stento tiene il passo di un normale bisogno di una famiglia mediocre, siamo schiavi delle Banche che sono i nuovi banchi da chiesa dove pregare piangendo per avere la concessione di un appartamento pagabile in trentanni, di quelle banche ormai potenti da far cadere un governo mafioso per il bene e l'equilibrio di un europa unita, che unita lo è solo nei loro portafogli delle lobby e per nulla nel territorio nelle culture nell'economia nell'arte e nella poesia.
Siamo schiavi del "sentimento ad ogni costo", status symbol per il quale se non hai un compagno/a un amore una fede una prole non sei nessuno e vivrai sicuramente male per il resto dei tuoi giorni, schiavi del calore delle amicizie che quando mancano per due weekend di fila si urla al tradimento alla perdita di interesse e rispetto alla smemoratezza al menefreghismo, schiavi di sentimenti d'amore e d'amicizia che soffocano il piacere di una decina di giorni solitari a riflettere su sè stessi sul pane sul cielo il tempo un libro una bottiglia un fiore o un bagno bollente.
Siamo schiavi del cibo e dell'alimentazione, che se è macrobiotica non ti lascia mangiare quello che vuoi o che ti senti perchè altrimenti scoppi e muori e ti esplode la bile come se Ken Shiro ti avesse toccato i punti vitali, e se invece ti alimenti a stracchino con conservanti da banco del supermercato e verdure sottovuoto e wurstel aia e porcherie del genere muori davveri giovane, e muori grasso e riempito di chimica a tal punto che se scorreggi in estate in un qualsiasi sentiero in mezzo alla macchia mediterranea provochi un incendio catastrofico.
Siamo schiavi dei nostri genitori che hanno fatto i Soldi e le Case e le Strade e le Fabbriche Aia e costruito i primi Pannelli Fotovoltaici e si sono fatti da soli e sono usciti dalla miseria della guerra e sanno tutto loro e ci hanno messi nella merda in un mondo inquinato che non produce un reddito civile a un giovane e ha dimenticato come si coltiva una melanzana o come si a il pane fatto in casa; schiavi delle loro attenzioni, dei loro consigli da perbenisti, delle loro mance domenicali e del loro sapere assoluto.
Siamo schiavi del buio, di quel buio notturno che ci inquieta e non ci fa passeggiare serenamente nelle nostre bellissime città deserte perchè troppo pericolose, di quel buio dentro l'anima che frena e getta cenere e sabbia sopra alle saltuarie grida di gioia ed entusiasmo, di quel buio fisico, ed economico, e salutistico, e sportivo, del buio di quei sogni relegati ad un esistenza nascosta e spesso censurata e messa ad abitare nell'ombre dei nostri giorni, del buio dei social network che ci hanno rinchiuso in casa a farci le seghe davanti uno schermo male illuminato, del buio delle troppe possibilità esistenziali, centrifugate, che giornalmente ci scappano da mani sempre più incerte e scivolose, del buio del non tempo libero, della non libertà, delle possibilià impossibili viste in tivvù, del buio della nostra politica, del buio di un ambiente in declino e sofferente, del buio di idee goffe e già viste, del buio della paura di noi stessi, Noi, noi la più bella creatura della terra, della nostra poesia, della rinuncia, della bellezza, della semplicità.
Siamo schiavi.
Continuo. Continuo ?
No, sono schiavo Io prima di tutti, schiavo persino di una batteria di un pc portatile, come se non bastasse tutto il resto. Che tristezza.
Buonanotte, amici schiavi.
Schiavi di cosa o di chi ? Volete davvero che ve ne parli ? Dai. Dai, sono convinto che già lo sapete, dentro ognuno di voi, ma ammetterlo è dura, e forse è più divertente leggerlo su qualche articolo, o blog, o ascoltarlo dalle labbra di qualche amico "contro" o quache conoscente incazzato.
Siamo schiavi di questo 2011, come lo siamo stati del 2010, 2009 e avanti all'incontrè.
Siamo schiavi del tempo, aimè, il tempo ci comanda e ci governa, e a 30 anni capiamo che per metà della nostra vita probabile siamo stati schiavizzati dall'orologio e da un tempo che quasi mai abbiam scelto di governare e condurre, salvo casi rari.
Siamo schiavi del Lavoro, ci consumiamo i testicoli o le ovaie per otto o più ore al giorno, 5 o più giorni la settimana in ambienti e con mansioni che raramente amiamo, al fine di guadagnarci da vivere o ingrassare un curriculum, e finiamo la sera disinteressati per quel che abbiam fatto o con il fegato in acido per quello che non ci è piaciuto; doniamo le ore migliori dei nostri giorni a fabbriche che falliscono, a goffi artigiani, a mercati che stanno implodendo, ad università che neanche rigraziano e tanto è se galleggiano nel fango, a professionisti irrispettosi e approffittatori, a progetti spesso pretenziosi o ad istituzioni incrostrate da burocrazie e dalle ascelle che puzzano di muffa e di vecchio; e sono solo esempi. Siamo schiavi del lavoro anche quando non lavoriamo, che non è cosa bella e piacevole a detta di molti, quei molti che si ostinano a raschiare il fondo ed inventare curriculum e strappare colloqui e lamentarsi di continuo e sprecano ore di sole ed energia da dedicare a sè stessi, al vento, alla terra, alla creatività, al pensiero. Siamo schiavi del lavoro perchè con un occupazione o senza un occupazione c'è sempre e comunque qualcosa che non va, il Lavoro ci governa silenziosamente, e consuma gli anni migliori della nostra vita.
Siamo schiavi delle Case, delle chiavi che le aprono o le chiudono, di quel piacere di proprietà che ci dà il rumore di una serratura, di mura che negli ultimi cinquantanni hanno giocato alla spugna riducendo prima il loro spessore in balia dell'orgasmo provocato dalle prestazioni tecniche di un nuovo materiale e poi aumentandolo all'infinito pur di rientrare in classificazioni energetiche imposte da qualche lobby di potere trentina od europae; siamo schiavidelle case perchè in esse, nei loro tetti, termosifoni, mobili di grido, divani di design, pitture spugnate, set di pentole a pressione da accatastare in cucine professionali dove cuciniamo hamburger di merda o verdure coltivate in serre chimiche col puzzo di ogm e miliardi da multinazionale di cibo-schifo, in esse investiamo quasi lo stesso tempo del lavoro, e quasi tutti i soldi che con esso ci sudiamo, in bollette acquisti manutenzioni assicurazioni lavoretti mutui prestiti fnanziamenti elettrodomestici eccccccccetera.
Siamo schiavi della strada, dei suoi costi e delle ruote con le quali la percorriamo sempre negli stessi tratti, esclusa qualche rara vacanza; tagliandi bolli di proprietà telepass revisioni navigatori satellitari autoradio che sembrano casse da concerto, gonnelline e, carburante, carburante e, carburante, e gasolio gasolio gasolio; e a fine mese o peggio fine anno capiamo che i tragitti sono sempre uguali, casa-lavoro-casa-bar-palestra-lavoro-casa dell'amico-bar-market-casa-lavoro; siamo schiavi della strada perchè essa si fa percorrere fino ad esaurimento su un'infinitesima parte del possibile, conservando i luoghi migliori per pochi viaggiatori temerari; siamo schiavi della strada perchè non spingiamo la nostra auto fino a Mosca un normale mercoledì di novembre o non carichiamo il nostro motorino in un traghetto almeno 4 volte l'anno o non viaggiamo in mezzo, alla strada, si si proprio in mezzo, sopra quella cazzo di riga bianca un poco sbiadita, con la nostra bicicletta antica appena restaurata e veloce come un ghepardo d'altri tempi.
Siamo schiavi della Luce artificiale, così impegnati a cambiare lampadine, e installare fari, ed accendere luci fredde appese a muri muti, e pagare bollette, e montare pannelli fotovoltaici ed illuminare stadi parchi marciapiedi, e provare lampade a led o lampadine ikea a basso consumo, schiavi di una luce artificiale che nasconde la soffice bellezza di una candela o di una brace di camino, di una luce che oscura la luna, di una luce che verrebbe sconfitta e derisa ogni mattino di sole invernale da una fessura di tapparella, nonchè umiliata da una stella nel buio di un cielo isolano e possibilmente mediterraneo.
Siamo schiavi della moneta, di un euro che ci soffoca il respiro e che a stento tiene il passo di un normale bisogno di una famiglia mediocre, siamo schiavi delle Banche che sono i nuovi banchi da chiesa dove pregare piangendo per avere la concessione di un appartamento pagabile in trentanni, di quelle banche ormai potenti da far cadere un governo mafioso per il bene e l'equilibrio di un europa unita, che unita lo è solo nei loro portafogli delle lobby e per nulla nel territorio nelle culture nell'economia nell'arte e nella poesia.
Siamo schiavi del "sentimento ad ogni costo", status symbol per il quale se non hai un compagno/a un amore una fede una prole non sei nessuno e vivrai sicuramente male per il resto dei tuoi giorni, schiavi del calore delle amicizie che quando mancano per due weekend di fila si urla al tradimento alla perdita di interesse e rispetto alla smemoratezza al menefreghismo, schiavi di sentimenti d'amore e d'amicizia che soffocano il piacere di una decina di giorni solitari a riflettere su sè stessi sul pane sul cielo il tempo un libro una bottiglia un fiore o un bagno bollente.
Siamo schiavi del cibo e dell'alimentazione, che se è macrobiotica non ti lascia mangiare quello che vuoi o che ti senti perchè altrimenti scoppi e muori e ti esplode la bile come se Ken Shiro ti avesse toccato i punti vitali, e se invece ti alimenti a stracchino con conservanti da banco del supermercato e verdure sottovuoto e wurstel aia e porcherie del genere muori davveri giovane, e muori grasso e riempito di chimica a tal punto che se scorreggi in estate in un qualsiasi sentiero in mezzo alla macchia mediterranea provochi un incendio catastrofico.
Siamo schiavi dei nostri genitori che hanno fatto i Soldi e le Case e le Strade e le Fabbriche Aia e costruito i primi Pannelli Fotovoltaici e si sono fatti da soli e sono usciti dalla miseria della guerra e sanno tutto loro e ci hanno messi nella merda in un mondo inquinato che non produce un reddito civile a un giovane e ha dimenticato come si coltiva una melanzana o come si a il pane fatto in casa; schiavi delle loro attenzioni, dei loro consigli da perbenisti, delle loro mance domenicali e del loro sapere assoluto.
Siamo schiavi del buio, di quel buio notturno che ci inquieta e non ci fa passeggiare serenamente nelle nostre bellissime città deserte perchè troppo pericolose, di quel buio dentro l'anima che frena e getta cenere e sabbia sopra alle saltuarie grida di gioia ed entusiasmo, di quel buio fisico, ed economico, e salutistico, e sportivo, del buio di quei sogni relegati ad un esistenza nascosta e spesso censurata e messa ad abitare nell'ombre dei nostri giorni, del buio dei social network che ci hanno rinchiuso in casa a farci le seghe davanti uno schermo male illuminato, del buio delle troppe possibilità esistenziali, centrifugate, che giornalmente ci scappano da mani sempre più incerte e scivolose, del buio del non tempo libero, della non libertà, delle possibilià impossibili viste in tivvù, del buio della nostra politica, del buio di un ambiente in declino e sofferente, del buio di idee goffe e già viste, del buio della paura di noi stessi, Noi, noi la più bella creatura della terra, della nostra poesia, della rinuncia, della bellezza, della semplicità.
Siamo schiavi.
Continuo. Continuo ?
No, sono schiavo Io prima di tutti, schiavo persino di una batteria di un pc portatile, come se non bastasse tutto il resto. Che tristezza.
Buonanotte, amici schiavi.
lunedì 31 ottobre 2011
UN ANNO DOPO
Un anno dopo la Balena s'è fatta più calda ed accogliente, ma nonostante ciò la sua bianchezza risplende malefica ancora più di prima.
Un anno dopo Santa Lucia è divenuta un pertugio di una via del centro, che m'incute timore, e riverenza, e nostalgia.
Un anno dopo il fù valoroso Capitano Acap si ritrova a vestire i panni della Massaia Spugna, poco socievole, indaffarata tra le sue conserve e i lavori di casa, intenta a continuare il progetto 'orto', gioiosa quando ripara qualcosa o costruisce un mobile o inaffia il Little Whale's Garden.
Un anno dopo si brinda sempre più volentieri con un rosso di casa, corposo il giusto, su bicchiere grande quasi a mostrare l'effige di chi effigi non ha.
Un anno dopo gli amici del cuore s'incontrano meno, arriva per tutti il tempo dell'esilio scelto, l'esilio di coppia spesso voluto e strappato alla vita per cercare di costruire in fretta e furia quello che in 30anni ci è scappato di mano troppo facilmente.
Un anno dopo ci sono mani soavi che mi accarezzano capelli sempre più bianchi, che si fermano a riflettere calde su una pancia con qualche chilo di troppo, mani che riscaldano e mi baciano il cuore, mani che un anno fà abitavano solo il mondo del mio Morfeo.
Un anno dopo sono tornate le foglie colorate, che illudono i nostri occhi non colmi ancora d'estate, foglie alle giostre del vento d'autunno e in balia di questa magnifica luce di fine Ottobre.
Un anno dopo resta una sola speranza, che la bianchezza della nebbia non ci accechi, che la balena non sia aggressiva, che la Neve non tardi troppo ad arrivare.
Un anno dopo.
Un anno dopo Santa Lucia è divenuta un pertugio di una via del centro, che m'incute timore, e riverenza, e nostalgia.
Un anno dopo il fù valoroso Capitano Acap si ritrova a vestire i panni della Massaia Spugna, poco socievole, indaffarata tra le sue conserve e i lavori di casa, intenta a continuare il progetto 'orto', gioiosa quando ripara qualcosa o costruisce un mobile o inaffia il Little Whale's Garden.
Un anno dopo si brinda sempre più volentieri con un rosso di casa, corposo il giusto, su bicchiere grande quasi a mostrare l'effige di chi effigi non ha.
Un anno dopo gli amici del cuore s'incontrano meno, arriva per tutti il tempo dell'esilio scelto, l'esilio di coppia spesso voluto e strappato alla vita per cercare di costruire in fretta e furia quello che in 30anni ci è scappato di mano troppo facilmente.
Un anno dopo ci sono mani soavi che mi accarezzano capelli sempre più bianchi, che si fermano a riflettere calde su una pancia con qualche chilo di troppo, mani che riscaldano e mi baciano il cuore, mani che un anno fà abitavano solo il mondo del mio Morfeo.
Un anno dopo sono tornate le foglie colorate, che illudono i nostri occhi non colmi ancora d'estate, foglie alle giostre del vento d'autunno e in balia di questa magnifica luce di fine Ottobre.
Un anno dopo resta una sola speranza, che la bianchezza della nebbia non ci accechi, che la balena non sia aggressiva, che la Neve non tardi troppo ad arrivare.
Un anno dopo.
giovedì 13 ottobre 2011
SELF PORTRAIT
Autunno c'è,
sento secchezza in arrivo.
La stufa ancora non scalda
e la sete gradisce un'estiva irruenza.
Melodie a basso volume,
un libro un'agenda una luce,
l'orto regala le ultime cene
la pelle, del viso, sbiadisce.
Self portrait, 12.10.2011
Iscriviti a:
Post (Atom)
