lunedì 28 marzo 2011
QUELLO CHE NON HO
quello che non ho è aria che rinfranca
quello che non ho è la tua tenacia
che una volta stanca la tua donna bacia
Quello che non ho è la sua convinzione
quello che non ho una tenera passione
quello che non ho non si presenta a sera
portando marmellata per un torta intera
Quello che non ho è l'altrui coraggio
quello che non ho è quello che sa il saggio
quello che non è la conclusione
di tutte le parole o dei progetti assieme
Quello che non ho è un accendino pieno
quello che non ho un cuor fatto di fieno
quello che non ho è un poco di riposo
per un cervello stanco per un pensier che sposo
Quello che non ho è la sua sfortuna
quello che non ho è la mia fortuna
quello che non ho un poca di chiarezza
un fatto che rivela una mano che accarezza
Quello che non ho è un bimbo tutto mio
quello che non ho è un buco dentro al buio
quello che non ho è ciò che ormai non spero
e ora ascolto solo, il silenzio, del mio pero.
lunedì 21 marzo 2011
BUONGIORNO, PRIMAVERA

Stamattina alcuni piccoli eventi hanno dato il buongiorno alla Primavera.
Alle sei e trenta circa, dalla persiana della camera, che volutamente non avevo chiuso del tutto, verso le sei e trenta inizia ad entrare una luce rossoarancio bellissima, intensa e finalmente calda, diversa dalle precedenti invernali.
Alle sette e quindici, la radiosveglia della sala trasmette una canzone dolcissima, una voce di donna, che forse non saprò riconoscere.
Alle otto meno un quarto, il legno sotto i miei piedi mi è parso più caldo, forse un'illusione, ma la sensazione era di accoglienza.
Dopo una decina di minuti, le mie piante e i pochi fiori erano sul davanzale, già dissetati, e così, al primo sole, mi sembravano felici. Io sarò strano, ma loro erano felici.
Alle otto e quindici, sgabello in terrazzo ad est, caffè bollente sulla mia tazza, sole in faccia che già scaldava, e la tortora che mi cantava il suo spensierato 'cu cu uu'. Buongiorno, Primavera, buonafortuna.
E un buongiorno non è un benvenuto, sia chiaro. Lei, sapeva di essere ardentemente desiderata, ed era comparsa in anticipo. Forse ieri al primo aperitivo in vespa, o poco prima mentre a braccia nude pulivo, aravo e ingrassavo il futuro orto; o ancora sabato, che sono uscito di sera senza cappotto e non provavo freddo; forse invece in quel tuono del pomeriggio, nella pioggia calda di venerdì, o nel tulipano sbocciato giovedì sera. No, a pensarci bene, ci ha anticipato ancor di più. Il benvenuto alla primavera l'aveva dato giovedì dopo pranzo Giulia, quando coperta di terra e con lo sguardo perso nella luce, era uscita finalmente dal suo letargo.
Ordunque, si, è e c'è Primavera.
venerdì 18 marzo 2011
ITALIA
Un vestito che ricopre un territorio diverso in ogni suo angolo e che spesso muta all'imbocco di un curva, che nasconde parole diverse ovunque si trovi una piazza una panchina e due anziani, che protegge uno stomaco il quale si nutre con una ricchezza e varietà che sinora non ho più conosciuto durante i miei viaggi, che riscalda cuori fragili e poetici e lascia scoperti muscoli fatti di idee sudore e progresso. Un vestito che il tempo, e le persone, e la storia -che non conosco, e i fatti, e i sogni, hanno cucito con impegno, determinazione tenacia speranza e sorriso.
Un vestito fatto di materiali molteplici, tecniche di cucito differenti, tessuti nobili e poveri che s'affiancano, dettagli curati e superfici stracce e dilaniate.
Un vestito che a guardarlo da vicino ci scopri mille altri vestiti, e forse t'indigni per la noncuranza di alcuni dettagli, e ancora esulti per la bellezza di superfici ed intrecci perduti; ma ad osservarlo da lontano, nella sua pienezza e dimensione completa, ti sale la pelle d'oca sulla schiena, per lo splendore, di quell'immensità costruita sulle differenze, omogeneamente, illuminata dal sole caldo del mediterraneo e alleggerita dal vento che ne alza la sottana con cotanta leggerezza e beltà.
Un vestito che protegge maggiormente le spalle, ed il capo, a nord, vicino le montagne, ove a volte la pioggia e la neve minerebbero la tenacia e la forza della mente; un vestito che si allarga e si fa leggero ed azzuro man mano che il tessuto scende alle gambe, lasciandole libere, anche ingenue a volte, di danzare e ballare con quei piedi tanto fragili quanto graziosi e preziosi. E quel corpetto che cinge lo stomaco, magro, forte, al lavoro, centrale e indispensabile, su cui non è concesso l'arrivo dello spensierato vento, ma neanche la beltà faticosa della neve d'ottobre.
Se solo sapessimo, noi, uomini e donne che abitiamo la pelle protetta da questo complesso vestito, volare. Se sapessimo uscire da una manica, passare attraverso un bottone, fuggire dalla sottana o evaporare tra le fibre del corpetto,e volare, più in alto, e guardare. E vederne la beltà, di quest'opera unica, cucita ad arte, ricamata ove conta, a volte straccia e smunta, ma bella. Bella.
Volando, dall'alto, sorridere della trasparenza che ci fa intravedere una vecchia signora, sola che blatera in un bacaro veneziano bevendo una fidata ombra; e un pastore sardo che legge Seneca finchè le sue pecore brucano nella macchia; e il politco fallito romano che si commuove senza che la moglie lo veda quando il sole sorge su castel sant'angelo; e due pescatori di gallipoli che si asciugano al sole pomeridano di marzo, protetti da un berretto che forse non serve più, e puzzano di salso; e quel cameriere di castellamare, che fuma stanco ed ansioso, tra le immondizie, ammirando il vesuvio che si fa rosso di primo mattino; e due asini, lenti e pazienti, in viaggio sull'appia antica che vicino Bagno Vignoni disegna sinuoistà belle quasi come i fianchi di Donna Maria; ed Enzo, a Lampedusa, che appende un'altro sacchetto di brioches appena sfornate sul filo da stendere per i primi ospiti estivi del suo dammuso; o ancora Carlo, in quel grigio e chiassoso bar genovese a Sottoripa, che alza la serranda ogni mattina cantando a squarciagola Crueza de Mà, sua gioia infinita; e come non vedere il piccolo Alessandro, nascosto sotto quelle cuciture sfuggite, e la sua Ruspa giocattolo, di un giallo che anche da quassù quasi leva gli occhi, a parlar da solo e giocar con quelle poche macerie rimaste, nella piazza dell'Aquilia, deserta, ma riempita dal suo sorriso di bimbo, speranza di unItalia che ha ancora parecchio da raccontare.
Italia per me non è solo il vestito che goffamente ho cercato di descrivervi. Italia è anche chi riesce a volarci sopra, a questo vestito, e vederlo nella sua interezza, e capirlo, e vederne i lembi da rassettare, o la tasca da ricucire, o il bottone da aggiungere.
Italia però, è sopratutto chi non vola, chi non cuce, chi non sa e non può vedere tutto ciò, ma dalla sua semplicità, dalla sua terra arida o allagata, dai suoi piedi nudi, dalla sua bontà e tolleranza, spera, e sogna, che ci sia qualcuno, o qualcosa lassù, che continui a vedere, a disegnare, a rammendare questa grande opera d'arte che chiamiamo stivale ma altro non è che Unita Bellezza.
mercoledì 16 marzo 2011
PARABREZZA
E' quasi notte . La strada provinciale corre veloce, troppo veloce, sotto le gomme bagnate.
Non c'è nessuno in giro, ombra alcuna di polizia, o passanti, o frequentatori del buio, o amanti, o puttane, netturbini, spiriti solitari e barbagianni.
Piove leggermente. Che quasi non si sente il rumore. Le gocce sul vetro del parabrezza sono talmente belle che quasi Namazio non accende i tergicristalli. Assorto, pensa a quanto brutta è la parola 'parabrezza', a quanto insostenibile sa il concetto di pararla, una brezza. Brezza è vento leggero, che sfiora, accarezza e introduce; introduce una sera, una stagione, un arrivo, un'attesa sospesa. perchè mai bisognerebbe pararla, una senzazione così ?
Alla rotonda il culo dell'auto danza un poco di lato, un brivido scuote in quell'attimo il petto di Namazio. S'accorge che quasi non si vede più fuori, s'accorge di essersi perso per qualche istante nei labirinti dei suoi pensieri, s'accorge ed apprezza il primo momento di lentezza degli ultimi giorni, vissuti troppo freneticamente, s'accorge di provare un irresistibile desiderio di correre.
Sarà la privamera alle porte, che sprigiona in anticipo il suo ormone. Sarà che a scuotere quel petto ormai serve una paura non prevista. Sarà che nelle mani, nella testa, nelle piccole azioni quotidiane, nei bicchieri, nella libreria, nelle chat, nelle tasche del cappotto, nei sogni, in tutti i possibili contenitori della sua vita Namazio ha accumulato troppe cose durante questo inverno. E tutte assieme pesano. E allora correre, pigiare quel pedale, vedere la lancetta che sale, sentire che il motore si desta, provare un'irresponsabile ebbrezza, alleggerisce quel peso. E porta un'illusione di brezza sul viso. Di brezza che non sbatte contro nessun "para", contro nessun muro, ma rinfresca due gance rosse di fatica, e vino, ed imbarazzo.
venerdì 11 marzo 2011
PERCHE' SCRIVO
L'incostanza, la pesantezza, la leggerezza, l'incoerenza, la ricerca, i fatti miei, la musica, l'illusione. Tutte cose che a guardar a ritroso nel blog, e anche nei miei appunti passati, saltano subito all'evidenza. E a volte è difficile trovarci un disegno, in tutto questo. Sei lì che spulci tra le tue cose e non ci vedi un disegno, o almeno non uno, magari nessuno, o molti, ma poco chiari.
E allora la domanda ti viene naturale, arriva alla tua mente e invade i pensieri senza che te ne accorgi.
Non riuscivo a formulare una risposta sintetica e chiara. E oggi, leggendo il Corriere, ecco la luce.
C'è sempre qualcuno che riesce, o è riuscito, a DIRE le cose come tu volevi, come tu sentivi.
Grazie Fabrizio.
"Perchè scrivo ? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia. Per scivolare in una storia e non esser più riconoscibile, controllabile, ricattabile. "
F. De Andrè
giovedì 10 marzo 2011
TENTO TANTO
"...un altro omaggio a Piero Ciampi. Chi non sà chi è Piero Ciampi, prima si vergogni, e poi si vada a cercare dei cd."
M.D.L.
mercoledì 9 marzo 2011
FLOATING
Furuike ya
Kawazu tobikomu
Mizu no oto
Antico stagno!
La rana vi si tuffa
Il suon dell'acqua
Basho
mercoledì 2 marzo 2011
SIGNOR O SIGNORINA 'LETTERA'
"L'avvenire è dei curiosi di professione" diceva Truffaut in Jules e Jim.
Quindi, signor o signorina Lettera, nel ringraziarla, oggi metto insieme un pò del mio curiosare dovuto alla vostra attenzione piena di grazia nei miei confronti. Ancora non vedo nitidamente una strada, davanti a me, ma per ora è piacevole perdersi nei mondi sotterranei del mio personale nirvana.

1.Luce
2.Azione

3.Cappelli
4.Buona vita
domenica 27 febbraio 2011
SENZATITOLO
CAFFE' ROMA
un pennarello
ed un finestrino;
sosta, un treno.
Scherzano, poco sobri
salutanti dall'est
amici vecchi nuovi e non,
appena di là da quel vetro.
Suonan campanelli
l'alba scharisce,
gabbiani al porto
strillano.
Tormenta di neve
parole non dette
e sguardo che sfugge;
bianca, copre, tutto.
Scivolan pensieri
su pavimenti
bagnati di passato,
cerati d'oggi.
Ritmo cardiaco
corre la folla
crollan certezze
rimbalza una palla.
S'inceppa, fragile,
giovane, mente
l'anziano maturo, invece
sull'uscio indica una via:
'sognate'.
"uomini, donne, sognare
e da vecchi imparare a stupire"
mercoledì 23 febbraio 2011
'MARINAI, PROFETI E BALENE'
FREMO. ECCOME, FREMO.
"Sapevamo che sarebbe uscito quest'anno, che sarebbe stato un disco di inediti, che è stato registrato in riva al mare (prima Ischia, poi Creta), ma non sapevamo ancora il titolo. Eccolo svelato: il nuovo, doppio album, di Vinicio Capossela, si intitola "Marinai, profeti e balene" e verrà pubblicato il prossimo 26 aprile. Il disco, come già anticipato da Rockol, ha da subito avuto il mare come comune denominatore delle session di registrazione: "La letteratura di mare è quella che espone di più l’uomo al contatto col suo destino, un mare di carta in cui ritrovare indicazioni utili alla rotta della nostra vita", ha raccontato il cantautore, "Così è iniziato anche il nostro viaggio. Come in un romanzo a tre gambe: un vecchio pianoforte proveniente dalla mitteleuropa e il suo accordatore, Egidio Galvan, un ingegnere del suono e produttore, Taketo Gohara, e un maestro orchestratore, Stefano Nanni. Con questa piccola barchetta e questa compagnia 'picciòla', ha avuto inizio la nostra navigazione fino a Creta sotto il monte Ida, fino all’ecotrofio dei lamenti di Psarantonis, lo Zeus con la lira". Ad Ischia Capossela aveva fatto portare un pianoforte Seiler a coda lunga degli anni Trenta a ottanta metri sul livello del mare nella sagrestia della Cattedrale dell’Assunta, presso il Castello Aragonese: "Abbiamo voluto registrare il pianoforte e la voce nel Castello Aragonese perché è un luogo di ascesi, in cui sperimentare l’isolamento da altezza", ha spiegato Vinicio, "Stare tra lo stridio dei gabbiani e gli spettri del mare. Una volta chiuso il ponte levatoio alle spalle, la volta celeste ci ruota addosso attraverso le occhiate delle rovine della cattedrale aperte in alto. Ci si muove nel cielo rimanendo fermi, come in un planetario. In sottofondo il rumore del mare, come un basso continuo". Capossela sarà inoltre in concerto il 27 aprile al Teatro Carlo Felice di Genova, il 7 maggio al Palais Saint Vincent di Saint Vincent, il 13 maggio al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, e il 27 maggio all'Auditorium Conciliazione di Roma, data per la quale aprono oggi le prevendite su TicketOne e GreenTicket."
da rockol.it
sabato 19 febbraio 2011
QUATTRO CHIACCHERE
Mi capita di non saper gestire l'andamento tachicardico che si sussegue per più giornate ininterrottamente; nel mentre avrei mille cose da dire, ma non ci riesco perchè velocità e sensazioni mi sommergono. Questa settimana mi ha letteralmente travolto. Solo ora riesco a sedermi di fronte a lei, accavallare le gambe, versare un valpollicella nei due bicchieri (che berrò entrambi io, e a fanculo il ramadam) e far fluire qualche pensiero. E spero fluisca a casaccio, singhizzondando e inciampando, così da essere adeguato a ciò che pretendo raccontare.
Perdere di 34 punti contro Rosà, mancando di palle e grinta, schiacciati-schiacciato da una paura più forte della stanchezza delle gambe, mi ha rattristito parecchio. Penso che a quasi trentanni, se non si mantiene una condizione fisica adeguata, o se non si possiede una tecnica incredibile, forse è meglio smettere di fare brutte figure.
Camminare con pochi amici, in mezzo la neve, illuminati di meno, da una luna piena mozzafiato, scherzando come bambini, ammirando come anziani, pensando da adulti e mangiando da affamati, è emozione rara, e se si fosse liberi dentro, sarebbe amore a prima vista. Io e te, luna.
Cucinare con affanno, e sudore, a sanvalentino, per amici che apprezzano, e con la paura del giudizio divino, e con la soddisfazione di una splendida serata, e, e. e.
E non riuscire a concentrarsi per più di mezz'ora al lavoro, perchè il cervello salta da un tetto all'altro del pensiero, e non concede tregua. E non concede nessuna, tregua.
Capire che ne ho le palle piene, di facebook, e studiare una strategia per non sprecare la potenza del più importante mezzo di comunicazione attuale.
Scrivere, di sera, computer sulle gambe, una Vicenda. A quattro mani. Lasciandosi trascinare dall'impeto della fantasia. E peccato per la distanza fisica, tra le venti dita. O forse, grazie alla distanza. Che piacere.
E tagliarsi i capelli alle 16 del sabato pomeriggio da Nadir, dopo aver osservato le bellissime opere di Mattia Trotta, ascoltando un album leggero e piacevole, e chiaccherando d'arte e di idee. In due, controcorrente rispetto ai sabati affollati delle parrucchiere fashion, e con una qualità da salotto culturale anni '60. grazie.
Stressare amici via chat, con i soliti discorsi, assorbiti dalla solita Santa pazienza che l'amicizia regala. E guai se non ci fosse.
Leggere 'camminare', di Thoreau. E ho detto tutto.
Sfogliare il fatto quotidiano, sul davanzale, alle 13, colpiti dal sole. E anche qui, poco da dire.
E ancora sognare, per la terza volta, una persona. In situazioni diverse, ma con temi simili. E poi tutta quell'acqua, sempre, quell'acqua che ormai è divenuta leit motiv delle mie emozioni notturne. E capire che davvero, a volte, sognare è più bello di vivere.
Oppure prenotare e definire i futuri viaggi, tutto in pochi giorni, con la Svezia che filerà lunga e liscia, il Giappone che si è ridimensionato a malincuore (ma sarà una sorta di assaggio) e la Grecia che prende forma e sostanza e sento già il vento in faccia. Cazzo.
E aprire lettere, stupiti e curiosi, ma anche un poco disillusi.
Bene, ora prendo un bicchiere d'acqua, mi chino e lo bevo all'incontrario. Fermo volontariamente il singhiozzo delle parole. Ho un film da vedere, anzi, voglio vedere un film. Qualcuno sa a cosa mi riferisco.
Vi lascio condividendo un piccolo minestrone di cose, una per senso; chiamiamole : 'le scoperte della settimana'.
Buon uic-end.
VISTA - Luna piena in Vallarsa 'M'Illumino di meno 2011'

TATTO - Il ferro leggero delle sculture di Mattia Trotta. Purezza.
http://www.mattiatrotta.it/
UDITO - Il caffè dei treni persi
OLFATTO - Il profumo delle pagine di 'Camminare', di Thoreau.
cit. "La vita è stato selvaggio. Quel che è più vivo è più selvaggio, e quel che non è ancora soggetto all'uomo, lo rinvigorisce. E' come se colui che si è spinto avanti incessentamente, senza mai cercare riposo dalle proprie fatiche, crescendo saldo e chiedendo molto alla vita, si fosse trovato sempre in paesi sconosciuti, in luoghi selvaggi, circondato da materiale grezzo della vita."
Lo sentite, l'acre profumo di sudore ?
GUSTO - Poker di antipasti di fine inverno, in Trattoria Balena

martedì 15 febbraio 2011
NAMAZIO, E LE SUE MANI.
La giornata, incerta, di nuvole e sole, promette ritmi elevati.
Il primo caffè sorseggiato, scottandosi un poco la lingua, è amaro. Aggiunge un cucchiaino di zucchero, Namazio, e respira profondamente. I pensieri della giornata a venire non lo lasciano in pace. Sente il peso dell'ansia da prestazione.Sente che non può fallire, nelle piccole cose di oggi, non può fallire perchè altrimenti tradirebbe la grazia di alcuni suoi sogni rivelatori.
E se a trentanni si tradiscono anche i sogni, cosa rimarrà di noi ?
La chiave rumoreggia sulla serratura. Alle spalla la casa ripiomba nel silenzioso freddo dei 16° centigradi programmati sul termostato.
E poi, uscito dal cancello, inizia a correre, Namazio. E corre, corre tutti i minuti di quel pazzo lunedì, corre spinto da una di quelle braci che dopo tanto soffiare riprendono il colorito rosso arancio, corre perchè il fiorista di mattino presto ti ascolta di più e non inventa mazzi dal gusto dubbioso, corre perchè il macellaio tira fuorti dal frigo la carne migliore, corre perchè il tempo stringe e i pensieri e le parole traboccano da sole da labbra disilluse, corre perchè un cliente incerto proverà a diventare ostacolo ai suoi 3000 siepi, corre perchè in una giornata umida il pane ha bisogno di una lievitazione migliore, corrè perchè non vede l'ora di correre, e consumarsi, felicemente, consumare tutte le proprie energie.
L'anziana signora Lina guarda curiosa la corsa di questo giovane che sembra già vecchio. E ride sotto i sottili baffi grigi della senilità. Non riesce a non notare quelle scarpe grosse. E si chiede come si riesca a correre così veloci portando quelle calzature enormi. Ad ogni altra falcata sembra che il giovane inciampi e sbatta la testa, tanto è fuori equlibrio in quella pazza corsa. Ma non cade, a tal punto che la signora si convince che è il Padre Nostro Santissimo, colto da buonismo, a fungere da calamita tra il giovane ed il cielo.
Corre, e scorre, con le scarpe grosse, il tempo di Namazio.
Poi viene la sera. Gli amici. Il calore. Il cibo. Un sorriso. Un calice di vino. Una canzone.
E poi, quelle mani. E si arresta, di colpo, la corsa del prode. Ammaliato dalla grazia di due mani. Mani di cristallo. Cristallo che si muove, danzando tra forchette e altri cristalli. Cristallo soffiato, bollente di vita, che suona melodie soavi senza che dita bagnate percorrino il suo limite circolare.
Mani fragili, e riservate. Mani timide, contenute. Mani silenziose, ma sorridenti. Mani che osservano senza toccare. Mani pronte a, sfiorare.
E allora Namazio si leva, quelle scarpe, così grosse, così goffe; offesa alla grazia che è salita a salutare pacatamente la sua quotidianità. Si leva le scarpe e smette di correre. E siede, lentamente, gambe incrociate, sudato, e affannato.
E rende omaggio, e degusta, da solo, quello spettacolo gratuito, e, forse, irripetibile.
E, respira.
SAN VALENTINO
Immaginavo una coppia, un lui, e una lei, serata attesa, cena a due, speranze per il dopo e attese per il mentre. Immaginavo, come spesso accade. Penso ci sia sempre stato, nella serata di san valentino, un grado di profondità e un grado di disincantata goliardia.
Spero di riuscire a comunicarvelo, con estrema allegria.
Ringrazio Andrea, Elena, Diana, Seba e Albergo B. per avermi dato l'input, e avermi donato una splendida serata.
SAN VAENTIN
LU:
Stemo soei, mi e ti
i bocie xe in leto
xe tanto che speto
de margnar..e un crostin
Sentemose a toea
un giosso de vin
co sto antipastin
a so xa fora boea
e San Vaentin
patatina.. e panin
un valpoicea
ma quanto sito bea ?
In sta casa de campagna
formajo e pere se magna
anca se i me pensieri
i stà in altri biceri
Basta, finemoea co sta tiritera
un dolseto e un pasito
col me core che spera
chel staga beo drito !
EA:
Te parli, te parli a pì non posso
e te cusinarissi anca benin
ma non te me salti mai dosso..
stasera.. cussin !
giovedì 10 febbraio 2011
FARE LEGNA
Segare. Tagliare. Spaccare. Fascinare. Legare. Impilare. Seccare.
Dividere, per edificare. Togliere, per potere. Non gettare nulla, tutto serve, al fuoco perfetto.
Al rimto di 'ehe!' urlati, il tronco gia diviso si spacca separandosi quando la roncola batte lo stesso sulla 'sòca'. Cade una goccia di sudore, sulla nuova 'stèa', che ha molto di terra e poco di cielo, ma asciugherà senza pretese prima dell'arrivo del nuovo inverno.
Betulla e Ciliegio erano anziani. Sacrificati nell'ombra e marciti dalle troppe piogge autunnali. Sono morti silenziosamente, e hanno dichiarato la loro condizione solo quando il sole è tornato ad accarezzare il risveglio delle nostre mattine, penetrando docilmente tra le fessure delle tapparelle.
Betulla e ciliegio scalderanno il mio prossimo inverno. La vita di due piante basterà appena ad una settimana di calore. Ci pensi ? Ci penso. Piacerebbe anche a me, da morto, scaldare il corpo di qualcuno, anche se solo per pochi istanti. E lo strascico più nobile che si possa immaginare, nel dopo. E se non sarò legna, sarò verbo, o ricordo.
Betulla e ciliegio sono le prime due creature vegetali che la mia roncola ha sezionato, imparando un poco a colpire, imparando un poco a sudare veramente, imparandomi che la fame vera esiste, e arriva, se stimolata. Imparandomi che la fatica fisica svuota, e il vuoto è la condizione necessaria per ricevere un nuovo pieno. Se non si è almeno un poco vuoti, non si potrà ricever nulla. E nel gioco del dare e ricevere, pare sia condizione necessaria.
Betulla e ciliegio, e roncola, e sudore, oggi, mi hanno insegnato molto di più di una playlist tirata a lucido, molto di più di una fattura pagata, o di un indignarsi giustamente urlato, molto di più di una parola dolce, di una camicia stirata o di un incantevole paesaggio da passeggio. Molto di più.
Fare legna mi impara. Mi edifica.
E mi scalderà la pelle, e forse il cuore. Tra dieci mesi.
Pazienza, basta solo un poca di pazienza.

martedì 8 febbraio 2011
A TESTA IN GIU'
Che non è solo fare una verticale. E' essere, verticali, all'incontrario.
Serve forza, muscolo, nervo. Poi serve l'equilibrio. Un pizzico di leggerezza. E resistenza.
Ha una durata, il cammino a testa in giù. Ed è una sfida, sfida alla naturale predispozione del nostro moto corporeo. Sfida agli equlibri interiori ed esteriori. E' uno scherzo che l'audacia umana fà all'abitudine.
Ho come l'impressione che l'esistenza intera, almeno per quello che ho avuto la fortuna di vivere finora, si incentri sul faticoso percorso che porta al saper camminare a testa in giù. Penso che solo nel momento in cui si riesce, con naturalezza, a ribaltare ed invertire un comportamento, un sapere, una certezza, solo allora dentro sè la pace si è seduta in una comoda poltrona di cuoio. E osserva beata lo scorrere del tempo, l'andare del mondo.
Ma fino ad allora, sempre che arrivi, questo allora, fino ad allora come si riesce a capire dove va il mondo ?
E per quante volte, provando a camminare a testa in giù, sbaglieremo e picchieremo la testa ?
Consolati del fatto, che non siamo solo io e te, a porci queste domande.
Due piccole perle.
'Vertiges', è un album magnifico di Serge Houppin e Henry Torgue.
Bobo Rondelli, è una artista livornese, e una splendida, incerta, persona.
lunedì 7 febbraio 2011
CHEERS, EIRE.

Dal mio ultimo viaggio, in Irlanda, ho portato a casa un poca di luce.
La custodisco con cura in una colorata scatola di biscotti, al profumo di burro e birra scura.
E' forte ancora il ricordo del tintinnio di qualche brindisi, e gli occhi sono pieni di colori e paesaggi inconsueti, e stimolanti sensazioni.
Non ho ne la voglia, ne la capacità e forse neanche la pazienza per descrivervele.
Colgo il momento per iniziarmi a flickr, sul quale ho caricato una piccola galleria fotografica del viaggio. Sbirciatela e magari a qualcuno di voi verrà voglia di partire.
http://www.flickr.com/photos/cappellarinicola/sets/72157625867878439/
Intanto, vi anticipo una copertina -del luogo ove ho provato il maggior stupore emozionale, nonche il punto più ad ovest d'Europa, sull'Atlantico- e un'inno, in onore al mio compagno di viaggio.
C H E E R S , E I R E.
N.
mercoledì 26 gennaio 2011
SINGHIOZZO
Sorseggio la miglior birra scura prodotta nel vicentino, "Scubi" birrifico Birrone di isola Vicentina. La sorseggio dentro un bicchiero azzurro, così orripilante che mi costringe la concentrazione solo sul gusto, tralasciando l'immagine. Sento davvero un fondo di liquirizia, e mi ricorda il chinotto delle medie.
I libri sopra al mio comodino sono due. Suscitano emozioni diverse. "L'eleganza del riccio" e "Bellezza e tristezza". Entrambi sono il nome dato ad una sensazione provocata.
Mi piace questa cosa di assegnare o inventarsi un nome per le cose della vita.
"Singhiozzo" è il nome adatto per la Epistolare che da qualche mese scrivo assieme a Carlotta via web.
Però "Singhiozzo" forse è anche una mia condizione hic et nunc. Il blog e le parole che escono e non escono. I viaggi, che sono il vento del mio essere foglia, pensati nel mentre se ne stanno compiendo altri. Alcuni rapporti, che vivono di contrazioni sussulti silenzi.
Singhiozzo è l'alternanza tra la quiete dell'Albergo balena e il febbrile desiderio di delirio urbano. Singhiozzo è la cantina ricca di bottiglie pregiate, chiuse, e il 'seciàro' pieno di bottiglie de vin de casa, vuote.
Singhiozzo è ascoltare successivamente Sakamoto e i Vampire Weekend.
Singhiozzo è svegliarsi a 16° e andare a letto con 22°.
Singhiozzo è saltare la cordicella della vita, alternando la garanzia del contatto con la terra all'ebbro sogno del volo.
Singhiozzo, è. Singhiozzo.
Dubbiosa magia di fine gennaio, dall'haiku inscrivibile, e vestita di un vecchio tubino argentato.
Singhiozzo ti chiami, o mia amata. Giornata.
lunedì 24 gennaio 2011
COSE BELLE
"che ridere non è mostrare i denti, ma accorgersi che esiste la bellezza" m.d.l.
"A poco a poco dapprima e poi tutto di colpo, lasciò che la sua attenzione si concentrasse su una scenetta che, non ostacolata da sceneggiatori, registi o produttori, veniva sublimemente rappresentata al di là della strada, cinque piani più in basso. C'era un acero piuttosto grande di fronte alla scuola (uno dei quattro o cinque alberi che crescevano su quel lato fortunato della strada), e proprio in quel momento una bambina di sette, otto anni s’era nascosta lì dietro. Aveva indosso una giacchettina blu scuro a doppio petto e un berretto che aveva quasi la stessa tonalità di rosso della coperta del letto nella stanza di Van Gogh ad Arles. Da dove si trovava Zooey, anzi, il berretto della bambina non era molto dissimile da una chiazza di vernice. A qualche metro di distanza, il suo cane – un giovane bassotto con collare e guinzaglio di cuoio verde – stava fiutando per ritrovarla e correva in cerchio all’impazzata, col guinzaglio che gli si trascinava dietro. Pareva quasi che non riuscisse a sopportare l’angoscia del distacco; e quando infine riuscì a intercettare l’odore della padroncina non fu certo troppo presto. Per entrambi, la gioia del ricongiungimento fu immensa. Il bassotto emise un piccolo guaito e si acquattò in avanti scodinzolando estasiato fino a che la padroncina, gridandogli qualcosa, scavalcò di corsa la siepe metallica che circondava l’albero e se lo prese in braccio. Gli disse una serie di parole di lode nell’argot privato che faceva parte del gioco, lo rimise giù, afferrò il guinzaglio, e insieme si diressero allegramente verso ovest, verso la Fifth Avenue e il parco, scomparendo alla vista di Zooey. Zooey appoggiò la mano contro il telaio della finestra, quasi volesse spingerlo in alto per sporgersi a vedere i due che s’allontanavano. Ma si trattava della mano che teneva il sigaro, ed egli esitò un secondo di troppo. Aspirò una boccata di fumo. – Accidenti, - disse, - ce ne sono di cose belle al mondo. E quando dico belle intendo belle."
Franny e Zooey, J.D.Salinger, 1955
